Riforme disordinate, enti e authority da sfoltire, sacrificati investimenti in politiche pubbliche vitali. Questo è il quadro che la Corte dei conti restituisce della pubblica amministrazione in Italia, in occasione del giudizio di parifica dei conti pubblici. Il tutto in un cointesto di una ripresa del Pil “ancora troppo modesta”, anche se i magistrati contabili riconoscono che il nostro Paese è uscito dall’emergenza finanziaria e ha messo in atto una severa spending review.

“Il processo di riordino degli assetti organizzativi della pubblica amministrazione – ha detto il presidente di coordinamento delle sezioni riunite della Corte dei Conti Angelo Buscema – è stato defatigante, continuo e disordinato”, con casi di sovrapposizione nella ridefinizione delle competenze di ministeri, enti e agenzie. Il magistrato contabile ha sottolineato che “anche il processo di riduzione della rete periferica degli uffici dei ministeri è stato sinora troppo timido e ha, in definitiva, inciso solo sui vertici degli uffici”.

Sul punto ha insistito anche il procuratore generale della Corte dei Conti Martino Colella, parlando di una “ipertrofia di enti e strutture, comprese le cosiddette autorità indipendenti”, che richiede “che si attivi una concreta attività di sfoltimento degli stessi, partendo dai casi in cui più evidente è la duplicazione delle competenze e la sostanziale mancanza di un interesse pubblico attuale alla loro sopravvivenza”. Per procedere a questa sforbiciata di enti inutili, servono interventi concreti “più che l’avvicendarsi di generiche e spesso contraddittorie previsioni di riduzione o razionalizzazione, la cui attuazione è sostanzialmente lasciata alla mera discrezionalità, se non all’arbitrio, delle amministrazioni centrali o locali interessate”. Un’osservazione che richiama le critiche avanzate dal Consiglio di Stato al decreto Madia sulle partecipate pubbliche, accusato di riservare la premier la discrezionalità sulla scelta delle società da salvare e da eliminare.

In questo contesto, la Corte dei Conti, per bocca del presidente Raffaele Squitieri, riconosce che “lo sforzo di contenimento degli ultimi anni appare assai severo“, soprattutto sulle spese “che più incidono sul funzionamento delle amministrazioni e sui servizi resi ai cittadini”, ricordando in particolare che tra 2010 e 2015 la spesa per i redditi da lavoro dipendente nella P.a. è diminuita “in valore assoluto a oltre 10 miliardi”. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: “L’urgenza, a volte affannosa, di realizzare un rigido percorso di rientro verso l’equilibrio di finanza pubblica ha reso più difficile il bilanciamento con le esigenze, anch’esse pressanti, di salvaguardia di politiche pubbliche vitali” come infrastrutture e opere pubbliche.

In ogni caso, l’azione di riequilibrio dei conti pubblici si è tradotta anche in risparmi “molto rilevanti” della spesa per interessi sul debito pubblico. Proprio questo fardello è quello che, più delle regole Ue, impone di continuare comunque un dosaggio molto attento” tra sostegno alla crescita e rientro del debito, “fondamentale per le aspettative dei mercati”. Secondo Buscema, infatti, è anche per questo che “il recupero della crescita del Pil appare ancora troppo modesto e, soprattutto, in ritardo rispetto alla ripresa in atto negli altri principali Paesi europei”.