I numeri degli ospiti del Centro richiedenti asilo di Mineo sarebbero stati gonfiati dai gestori per intascare contributi maggiori da parte del governo. È una truffa da un milione di euro, compiuta tra il 2011 e il 2015 l’ultima ipotesi di reato avanzata sul Cara più grande d’Europa. Stamattina, infatti, la procura di Caltagirone e la squadra mobile di Catania hanno eseguito perquisizioni e sequestri nei confronti dei sei indagati, ai quali è stato notificato l’avviso di garanzia. L’inchiesta, coordinata dal procuratore Giuseppe Verzera, ipotizza a vario titolo i reati di falso ideologico del pubblico ufficiale in atti pubblici e di truffa aggravata per ottenere erogazioni pubbliche, ai danni dello Stato e dell’Unione Europea.

Nel registro degli indagati sono finiti i nomi di Sebastiano Maccarrone e Andromaca Varsano, direttore e dirigente amministrativa del Cara di Mineo, di Sebastiano Calì e Roberto Roccuzzo, presidente e consigliere delegato della cooperativa Sisifo, tra i gestori del centro fin dalla sua creazione, di Cosimo Zurlo, amministratore della Casa della solidarietà, e di Giovanni Ferrera, direttore generale del consorzio Calatino terra d’Accoglienza.

Al centro delle indagini, partite per accertare presunti illeciti nella gara d’appalto da quasi cento milioni di euro indetta il 24 aprile 2014 per la gestione triennale dei servizi, c’è la contabilità relativa alle presenze giornaliere dei migranti ospiti del Centro per richiedenti asilo, finalizzata a liquidare le somme all’ente gestore: secondo la Procura di Caltagirone sarebbero stati rendicontati e corrisposti, dal 2012 al 2015, importi superiori a quelli dovuti, per un ammontare di circa un milione di euro. 

L’input investigativo per la procura siciliana è arrivato dall’inchiesta su Mafia Capitale, ma l’indagine dei magistrati salatini non riguarda il filone principale sulla gara del 24 maggio 2014 ritenuta illegittima dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone, di cui è titolare la procura di Catania.

Sul Cara di Mineo indagano in questo momento tre procure: quella di Caltagirone, quella di Catania e quella di Roma. A squarciare il velo sugli affari del centro richiedenti asilo furono per primi i magistrati coordinati da Giuseppe Pignatone, che indagavano su Massimo Carminati. Il Cara siciliano, capace di accogliere ufficialmente fino a tremila ospiti, è infatti un pezzo fondamentale del puzzle d’interessi degli uomini di Mafia Capitale: a cominciare da Luca Odevaine, l’ex vicecapo di gabinetto di Walter Veltroni in Campidoglio. È proprio lui a giocare un ruolo fondamentale nella gestione della gara d’appalto bandita nel 2014 per gestire il Cara.