I discorsi sulla Brexit, nel Regno Unito, sono tutt’altro che astratti. Ed ecco così che uno dei campi di battaglia privilegiati di chi è a favore e di chi è contro l’ipotesi di uscita del paese dall’Unione europea è quello del servizio sanitario nazionale, l’Nhs, il National Health Service di cui tanti britannici vanno fieri.

“Uscire dall’Ue libererebbe miliardi di sterline di fondi per la nostra sanità, anche 100 milioni a settimana”, hanno detto più volte i pro-Brexit. “Non è vero. Anzi, il peggioramento dell’economia toglierebbe risorse alla sanità pubblica e il venir meno della libertà di movimento renderebbe più difficile assumere il personale straniero, spina dorsale dell’Nhs”, rispondono gli anti-Brexit. Così il dibattito nelle ultime settimane si è fatto sempre più feroce, in un Regno Unito dove i disservizi della sanità sono sempre più al centro delle cronache dei giornali e dove i servizi di emergenza e quelli dei medici di famiglia, spesso riuniti in ambulatori, sono sempre più traballanti.

Di certo, differenze di opinioni a parte, il sindacato dei medici sembra essere assai contrario all’ipotesi di un divorzio da Bruxelles. Parlando con gli associati a Belfast il 20 giugno, il leader della British Medical Association, Mark Porter, è stato categorico: “Le dichiarazioni dei pro-Brexit sono una farsa”, ha detto, “e sono basate su numeri fantasiosi”. Così quei 100 milioni a settimana, circa 130 milioni di euro al cambio attuale, non corrisponderebbero affatto ai reali risparmi, di molto inferiori e che sicuramente sarebbero controbilanciati dalle perdite causate da un’economia rallentata, alla quale si associerebbe un introito fiscale in sofferenza.

Ma Porter, dall’Irlanda del Nord, ha anche condannato il linguaggio di Vote Leave, il comitato per la Brexit, accusandolo di aver premuto troppo e in modo troppo veemente sul tema dell’immigrazione: “Si sono registrate insinuazioni veramente disturbanti e dirette contro decine di migliaia dei nostri iscritti e contro le persone con le quali viviamo, lavoriamo e studiamo, persone che costituiscono il tessuto dell’Nhs e della nostra nazione”, ha continuato il capo dei sindacalisti. “Così ci è stato detto che ci minacciano, ma non è assolutamente vero”. Dei circa 1,2 milioni di operatori sanitari, circa 60mila provengono da un qualche paese dell’Unione europea.

I pro-Brexit, tuttavia, sono sempre stati fermi e determinati nelle loro posizioni. Nigel Farage, leader dell’Ukip e alleato del Movimento Cinque Stelle all’europarlamento di Bruxelles, più volte ha detto che l’immigrazione – anche europea – causa troppe pressioni sul servizio sanitario nazionale, facendo aumentare i tempi di attesa al pronto soccorso o negli studi dei medici di famiglia. Che poi è quello che gli euroscettici hanno sempre detto sui servizi pubblici in generale e persino sul mercato delle abitazioni, in un Regno Unito dove nel 2015 si è avuta un’immigrazione netta di 330mila persone, ben al di sopra di quanto promesso dal premier David Cameron nella scorsa campagna elettorale, quando il primo ministro conservatore aveva scritto sul manifesto in vista delle politiche “non più di 100mila persone l’anno”.

Intanto, però, contro i timori e gli allarmi di chi vuole separarsi da Bruxelles è arrivata in soccorso anche Nicola Sturgeon, ‘first minister’ scozzese e leader dello Scottish National Party, il partito indipendentista della nazione a nord del Vallo di Adriano. “La Brexit potrebbe avere profonde conseguenze sul futuro dell’Nhs in tutto il Regno Unito”, ha detto Sturgeon. Per poi aggiungere: “L’Unione europea non è perfetta, ma la nostra appartenenza ci ha dato molti benefici, come la protezione dei diritti sul luogo di lavoro, il diritto a una maternità retribuita, quello alle ferie pagate e quello di non lavorare più di 48 ore a settimana”. E le parole di Sturgeon sono state subito celebrate da medici e infermieri, che lavorano in un servizio sanitario dove, a causa dei tagli alla spesa pubblica, si chiedono e pretendono turni sempre più massacranti.

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