Rosarno non è solo in Calabria. È anche in Puglia. Nel Salento. Ma lo sanno in pochi. Lo sanno Mohammed e i suoi compagni che, cinque notti addietro, hanno visto arrivare nel campo quel ragazzo sudanese con gli occhi spiritati e la sciabola in mano, così fuori di sé da staccare a morsi l’orecchio a un connazionale. Lo sanno le ragazze africane tenute confinate nell’ultima baracca, quella a cui avvicinarsi è impossibile, costrette a soddisfare l’uomo di turno e a dover rendere conto di sé e dei soldi. Lo sanno Rosa e gli attivisti dell’associazione Diritti a Sud, gli unici, assieme alla Caritas diocesana, a recarsi ogni giorno sul posto per fornire cibo, materassi e assistenza. Poi, della vera portata di quest’altra bomba che da tempo si dice di voler disinnescare non sa più nessuno.

Ghetto di Nardò, Lecce, giugno 2016: è lo stesso, identico, copione di quattro anni fa e di ancora molto prima. Quanto avvenuto a Rosarno sarebbe potuto accadere qui questa stessa settimana. C’è stato anche un accoltellamento in paese tra migranti. Una nota di cronaca, niente di più. La svolta, annunciata per il mese scorso, forse arriverà il prossimo: non una tendopoli, quest’anno, ma un campo container per almeno trecento posti. Il bando di gara, però, non sarà pubblicato dalla Regione Puglia prima del 20 giugno, per essere assegnato intorno a metà luglio e portare all’avvio delle strutture ancora dopo, quando, cioè, buona parte della stagione agricola sarà già passata. “Intanto, fra una decina di giorni, Coldiretti, assieme a Focsiv (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario), provvederà ad allestire a proprie spese i primi venti container”, annuncia Stefano Fumarulo, dirigente regionale della Sezione Politiche per le migrazioni. Ci si muove nel solco del protocollo sperimentale contro il caporalato firmato lo scorso 27 maggio dai ministri dell’Interno, del Lavoro e delle Politiche agricole, voluto per consolidare una rete pubblico-privata che, sotto la regia delle Prefetture, dovrà realizzare progetti concreti per il miglioramento delle condizioni di accoglienza dei lavoratori.

Il tempo della burocrazia è inversamente proporzionale a quello delle esigenze dei braccianti: a metà aprile, a Nardò, sono arrivati i primi gruppi, provenienti soprattutto dalla Sicilia e dall’alta Puglia. Dopo alcuni giorni, il sindaco Marcello Risi ha ordinato la demolizione di una struttura pericolante in cui molti, come ogni anno, avevano trovato ricovero. Con quei conci sono stati costruiti i tuguri che ora formano un quartiere improvvisato, subito fuori il centro abitato: plastiche per tetto, campagne per bagni, giacigli di fortuna. Senz’acqua. Senza servizi igienici. Senza luce. Senza un presidio medico. Senza un argine al caporalato. Un ghetto fuori dal mondo.

Al momento, sono poco meno di un centinaio i lavoratori che affollano il campo, ma il picco di arrivi è previsto nei prossimi giorni, quando entreranno nel vivo le operazioni di raccolta. La storia è sempre la stessa: retribuzione da 3,50 euro a cassone, una media giornaliera da 25 euro, da cui bisogna sottrarre 5 euro per il trasporto obbligatorio e 3,50 euro per acqua e panino, il pizzo ai caporali. Soli, sui terreni, è inutile presentarsi.

Quest’anno, però, qualcosa di diverso c’è: ci sono pochi pomodori, troppo pochi. I subsahariani, addetti a questa coltura, lavorano solo due giorni a settimana. E a loro sono proibiti i campi di angurie, appannaggio esclusivo dei tunisini. “E’ una questione pronta a trasformarsi in un problema di ordine pubblico. Non abbiamo mai visto tanta esasperazione nel campo come quest’anno, tante persone fragili dal punto di vista psicofisico”. Scrolla le spalle Angelo Cleopazzo, attivista di Diritti a Sud. dappertutto, un malessere diffuso, tenuto a bada con alcool, droga e prostituzione, “un altro modo per creare dipendenza dai caporali”.

Da Nardò, come testimoniato dagli stessi migranti, si parte per andare a lavorare fino al Metapontino. All’alba. Senza dare nell’occhio. Perché anche questo c’è di nuovo: con il processo in corso, nato dalla retata che ha travolto anche sei imprenditori del posto, l’organizzazione si è fatta più camaleontica. Né impresari né caporali si fanno mai vedere in giro: a sporcarsi le mani sono i “capisquadra”, che abitano nello stesso ghetto, reclutano il personale, si occupano del trasporto, ridistribuiscono la paga giornaliera. I vertici si sono inabissati. Eppure, la morte tragica di un lavoratore, la scorsa estate, ha confermato che si tratterebbe, in parte, sempre degli stessi.

I controlli? Nulli. “Mai una volta che le forze dell’ordine abbiano fermato il furgoncino per strada – conferma un ragazzo – e sui campi, poi, chi le ha mai viste?”.