Di certo, non troverà il cuoco tunisino di fronte ai fornelli, intento a cucinare il pranzo che gli altri dovranno pagare, in quel locale fatiscente. Non inciamperà nei materassi in fila, uno accanto all’altro, dietro la saracinesca abbassata, nel caldo e nella puzza nauseabonda di latrina pubblica tutta intorno. Non incrocerà lo sguardo perso delle tre ragazze africane, giovanissime e belle, ‘oggetto’ per soddisfare i bisogni sessuali di tutti. Probabilmente, avrà la fortuna di non incontrare neppure quelli che, per la magistratura, sono ‘caporali‘, ancora sotto processo e sottoposti a misure restrittive, ma che qui continuano a gestire l’affare accoglienza e a maledire il giorno in cui, due anni fa, la Cgil è entrata nel ghetto e ha iniziato a far prendere coscienza dei propri diritti ai lavoratori.

A Cecile Kyenge, ministro per l’Integrazione, stamattina sarà risparmiato questo spettacolo allucinante e in piedi fino a ieri. Ventiquattro ore prima del suo arrivo a Nardò, in provincia di Lecce, è stata sgomberata l’ex falegnameria della vergogna, l’immobile occupato dagli stagionali impiegati nei campi per la raccolta di angurie e pomodori. Una struttura direttamente gestita dai soliti noti, sotto gli occhi di tutti, al prezzo di 30euro per un giaciglio putrido, come ammesso dagli stessi braccianti. Kyenge incontrerà i migranti qualche metro più in là, nell’accampamento improvvisato ai piedi degli ulivi. Tende di fortuna, quando va bene. Oppure una stuoia sotto le fronde degli alberi, da arrotolare velocemente all’alba, prima di andare a massacrarsi di lavoro. Sarà il sindacato ad accompagnarla, a farle vedere che, al di là dei proclami, al di là delle intese raggiunte sui tavoli istituzionali, al di là dei soldi spesi, poco o nulla è cambiato dallo scorso anno. Sembrano svanite, anzi, le conquiste che sembravano il punto di non ritorno, dopo la lotta disperata del 2011, quando contro i caporali si ebbe la forza di opporsi e da lì nacque l’operazione Sabr che portò a sedici arresti. E da lì nacque il reato di caporalato, per la prima volta introdotto nel codice penale italiano.

“Quello sgombero è un’operazione politica. Perché non si è provveduto prima? Perché si è atteso finora, a tre settimane dalla chiusura della stagione di raccolta? E’ da due anni che i lavoratori aspettano risposte che nessuno dà”. A puntare l’indice è Yvan Sagnet, ora nella Flai Cgil nazionale, due estati fa a capo della rivolta degli ‘schiavi delle angurie’. Ribatte il sindaco, Marcello Risi, Pd: “Ci vadano i dirigenti del sindacato a dormire lì dentro, anziché fare propaganda. Noi abbiamo agito dopo la relazione con cui la Asl di Lecce ha certificato che, nella ex falegnameria, si rischia la salute”.

Che quel luogo fosse invivibile era, in realtà, più che ovvio da tempo. E’ almeno dagli inizi di giugno che i migranti sono arrivati a Nardò, come ogni anno. “Ho potuto ordinare lo sgombero solo adesso – ammette Risi -, perché ora è pronta l’area accoglienza, che abbiamo allestito con tende e materassi nuovi di zecca, servizio sorveglianza, acqua potabile e docce. Abbiamo messo a disposizione un pullman, per accompagnare i migranti sui campi o in città. Abbiamo speso 50mila euro per questo”. Soldi che rischiano, però, di essere gettati alle ortiche. In quell’area attrezzata di tutto punto nessuno ha voglia di andarci. Troppo lontana dai centri abitati, isolata. “E’ un tentativo di segregazione, un modo – incalza Sagnet – per spingere ancora di più i lavoratori nelle grinfie dei caporali, a cui dovranno rivolgersi anche per andare a comprare il pane. A questo punto, perché non riaprire Boncuri, migliorandola?”. Masseria Boncuri è stato il fulcro della lotta del 2011, struttura di accoglienza dallo scorso anno rimasta chiusa, nonostante 200mila euro erogati dalla Regione Puglia per la sua ristrutturazione. Ora si scopre che diventerà, a breve, residenza per richiedenti asilo politico, con sedici posti letto. Per i braccianti non c’è posto.

“All’interno, ci sarebbe stato spazio solo per pochissimi, tutti gli altri sarebbero rimasti all’esterno, in un luogo non idoneo, a ridosso della strada provinciale e all’ingresso della città”. Ecco, nelle parole del sindaco, il motivo reale: una tendopoli, ancora, come biglietto da visita avrebbe offuscato l’immagine di Nardò più di un campo sperduto tra le campagne.