Ha vinto contro lo stesso partito nel quale si è candidato e per il quale correrà per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Donald Trump ce l’ha fatta. Il magnate newyorkese ha conquistato i delegati necessari per la nomination alla Casa Bianca. Per ottenerla sono necessari 1.237 delegati: Trump ne ha 1.238. Un numero che probabilmente salirà, consolidando la sua posizione, con i 303 delegati in palio nelle primarie in 5 Stati in programma il 7 giugno. E che dovrebbe consentirgli di evitare una convention contestata a Cleveland.

Una vittoria conquistata con una campagna elettorale rivolta alla pancia dell’elettorato repubblicano: rinnovata grandeur degli Usa, protezionismo, fine dei trattati economici internazionali, stop all’immigrazione, deportazione degli 11 milioni di stranieri illegali attualmente negli Stati Uniti: sono stati alcuni dei principali argomenti utilizzati dal tycoon. “La nostra idea è molto semplice – scandiva in un comizio in Indiana agli inizi di maggio – fare tornare grande l’America. E faremo tornare grande l’America. Torneremo a vincere”.

Prima dell’ufficialità della notizia, dal Giappone, dove è in corso il G7, Barack Obama aveva attaccato il candidato repubblicano in pectore. I leader mondiali sono “scossi” da Trump, ha detto il capo della Casa Bianca, spaventati per il fuo atteggiamento “arrogante” e la sua “ignoranza“: “Non sanno con che livello di serietà devono essere presi alcuni dei suoi commenti. Sono inquieti rispetto a lui e per una buona ragione, visto che molte delle proposte che ha avanzato svelano ignoranza sui temi globali o un’attitudine sprezzante”.

La replica di Trump è arrivata durante un discorso a Bismark, nel North Dakota: “Se i leader mondiali sono scossi da me, è una cosa buona“, ha detto il tycoon che ha definito “probabile” un vicepresidente donna o appartenente alle minoranze: “Ci saranno molte donne coinvolte – ha rimarcato – guarderemo alla competenza”. La conquista della nomination lo ha galvanizzato: “Ho vinto tutti i dibattiti cui ho partecipato. Mi chiedo a volte quanto potrei far bene”, esulta, elencando le priorità in caso di conquista della Casa Bianca: “Il governo federale dovrebbe farsi da parte su energia e petrolio. L’industria del carbone è in ginocchio e in questo senso Clinton è ancora peggio di Obama. Per quanto riguarda le raffinerie, io voglio indipendenza energetica: credo sia qualcosa che vogliamo tutti e vogliamo anche vendere l’energia che produciamo”. Non solo: se eletto, approverà “al 100%” il controverso gasdotto Keystone Xl che Obama aveva bloccato per motivazioni ambientali.

Poi un cenno a uno dei temi principali della sua campagna elettorale: “Se guardo all’Islam radicale, estremo, non sono per niente contento: dobbiamo trovare una soluzione. Obama non l’ha mai trovata, non vuole nemmeno pronunciare le parole ‘terrorismo islamico estremo'”.

Il Partito prende tempo. Paul Ryan, speaker della Camera, il dirigente eletto più alto in carica nel Grand Old Party, continua a rimandare il suo endorsement al miliardario: “Ciò che più mi preoccupa è essere sicuro che abbiamo una vera unità del partito, non una presunta unità del partito”, ha dichiarato alla stampa dopo una telefonata con il tycoon che ha comunque definito “molto lunga e molto produttiva”.

Una “vera unità” che tuttavia resta per il momento solo un progetto: l’ultima serie di attacchi rivolti a esponenti dell’establishment del Gop hanno portato gli analisti a esprimere dubbi sulla reale intenzione di Trump di riunire il partito. Il magnate non appare sempre interessato a raccogliere intorno a se le energie del partito in vista della sfida delle elezioni di novembre, scrive il Washington Post.

L’attacco contro la governatrice del Nuovo Messico Susana Martinez, la prima governatrice latinoamericana e presidente dell’Associazione dei governatori repubblicani, ha segnato martedì ad Albuquerque l’inizio della nuova offensiva. Trump ha accusato Martinez di aver malgestito l’economia dello Stato e di essersi sottratta alle sue responsabilità: “Il governatore deve lavorare meglio. Dobbiamo smuoverla”, aveva detto ai suoi sostenitori. “La governatrice non si farà costringere a sostenere un candidato fino a che non sarà convinta che questo candidato si batterà per i cittadini del Nuovo Messico”, ha affermato, in una dichiarazione, Martinez, in tutta risposta.

Il giorno dopo, ad Anaheim, in California, Trump ha inanellato un’altra serie di attacchi, contro la governatrice della Carolina del sud Nikki Haley, per la sua decisione di sostenere Marco Rubio, poi contro Jeb Bush e Mitt Romney. “Poveraccio, povero Mitt, ho un negozio che vale tanto quanto lui”, ha detto dandogli del “pinguino”, per il suo modo di camminare, dello “stupido” e di “una persona asfissiante”.

Sei elettori su dieci hanno una opinione negativa di Trump, ma l’85% dei repubblicani si sta raggruppando intorno al magnate, emerge da un sondaggio commissionato da Washington Post/Abc. Ma il quotidiano americano ammonisce che tale sostegno rischia di essere fragile: quasi la metà dei repubblicani registrati non ritiene che Trump rifletta le basi ideologiche del partito.

Tra gli Stati al voto il 7 giugno c’è anche la California, dove un nuovo sondaggio vede fotografa un serrato testa a testa tra i candidati dell’opposto schieramento: secondo la rilevazione del Public Policy Institute of California, Hillary Clinton avrebbe un minimo vantaggio su Bernie Sanders, 46% contro 44%.