Un consapevole viaggio all’inferno che non poteva non concludersi nel peggiore dei modi: 800 morti stimati, 169 cadaveri a oggi recuperati, solo 28 superstiti che poi hanno raccontato tutto. Quasi tutte africane le vittime, compreso un numero imprecisato di donne e bambini, partite dalla Libia per arrivare in Italia.

Senza troppo interesse da parte dei media, in un’aula del tribunale di Catania il magistrato della Direzione distrettuale antimafia Rocco Liguori ha ricostruito momento per momento la peggiore strage di migranti avvenuta nel mare Mediterraneo, quella della notte fra il 17 e il 18 aprile 2015 nel Canale di Sicilia. E ha chiesto 18 anni di carcere per il tunisino Alì Malek, accusato di essere il capitano del peschereccio affondato, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, naufragio e omicidio colposo plurimo; sei anni per il suo mozzo, il siriano Mamud Bikid, accusato solo del primo reato.

L’udienza, in rito abbreviato (le pene richieste sono già ridotte di un terzo rispetto a un processo ordinario), si è svolta a porte chiuse, ma ilfattoquotidiano.it è in grado di riportare passo per passo la ricostruzione dell’accusa, basata fra l’altro su numerose testimonianze dei salvati: dall’ingresso in Libia, ai mesi di prigionia prima della partenza, alle violenze e ai soprusi in ogni parte del viaggio, fino al tragico epilogo.

Per Liguori è stata la “condotta scellerata” del captano Malek che ha “condotto alla morte di 800 vittime innocenti”. Innanzitutto perché quel natante era adatto a trasportare al massimo una cinquantina di persone, e comunque a bordo non era presente nessun dispositivo di sicurezza. Poi per la manovra che ha portato al naufragio, “gravemente imperita che ha portato alla collisione con il mercantile giunto in aiuto, il King Jacob. “Si sono salvati solo in 28 – sostiene il pm – perché quasi tutti, compresi donne e bambini, sono rimasti intrappolati nei livelli più bassi (del peschereccio, ndr) da dove era impossibile uscire non perché i locali erano chiusi, ma perché i migranti erano così compressi a causa del numero che ne era impossibile la fuga”. 

Sono gli stessi superstiti chiamati a deporre dalla procura a identificare i due marinai accusati della strage e a raccontare le condizioni di navigazione: “A ogni movimento improvviso il peschereccio imbarcava acqua, avvicinandosi pericolosamente sotto alla soglia di galleggiamento”, ricordano i passeggeri ai quali, proprio per questo motivo, era severamente vietato muoversi.

La nave, lunga 18 metri, era composta da tre livelli. Il più infimo, il primo a trasformarsi in una bara, era il vano motore dove alloggiavano i migranti che avevano pagato meno soldi per la traversata. Poi il secondo, al livello della cabina di pilotaggio, dove erano alloggiati anche donne e bambini, e infine il tetto dove la consegna di stare immobili era ancora più stringente perché ogni movimento avrebbe potuto provocare il ribaltamento del natante.

Il 17 aprile 2015, dopo diversi mesi di detenzione in fattorie-lager attorno Tripoli, i migranti, fino ad allora tenuti a pane e acqua e “controllati da guardie libiche in mimetica e kalashnikov”, vengono condotti su una spiaggia poco distante. Sulla battigia sono in mille e sotto gli occhi del capitano Malek e del suo secondo la sera cominciano il trasbordo verso il peschereccio per mezzo un gommone su cui vengono caricati cento alla volta. “Il comandante si era lamentato con i libici perché l’imbarcazione era troppo piena”, ricordano i superstiti. Ciò nonostante la notte fra il 17 e il 18 aprile comincia la traversata e poco dopo l’assistente Bikid lancia il Mayday attraverso il telefono satellitare in dotazione. L’allarme viene raccolto dal centro di coordinamento di Roma della Guardia costiera che ordina al mercantile portoghese King Jacob di soccorrere il battello dei migranti.

Una volta in zona il comandante deve cambiare per ben quattro volte rotta per evitare la collisione col peschereccio. La quinta sembra quella buona, ma a cento metri di distanza, succede l’inimmaginabile: “Il peschereccio aumenta la velocità andando a collidere violentemente con la prua”, ha spiegato in aula il pm Liguori. “Dopo l’impatto, la nave dei migranti si affiancava strisciando la fiancata del mercantile”. A bordo è il panico e i passeggeri si spostano tutti su un lato destro dell’imbarcazione. “Il peschereccio si inclinava sulla destra e infine si ribaltava affondando in pochi minuti”.

E in quei “pochi minuti” perdono la vita 800 persone, ma non i due marinai che, essendo sul secondo ponte, riescono a buttarsi in acqua e a salvarsi. Per gli altri, intrappolati ai livelli inferiori, la morte sarà terribile. L’equipaggio della King Jacob, una volta raccolti i superstiti, riuscirà a recuperare 24 corpi. Alla fine verrà data sepoltura a 169 persone, ma la maggioranza dei cadaveri è ancora intrappolata nel barcone a quasi quattrocento metri di profondità.

Le operazioni per il recupero del relitto sono in corso. Una volta riportato a galla sarà rimorchiato nel porto di Augusta.