Un mese dopo la delusione e l’amarezza per la mancata collaborazione delle autorità egiziane gli inquirenti e gli investigatori di Roma che indagano sulla morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano sequestrato e torturato per giorni in Egitto, hanno potuto tirare un piccolo sospiro di sollievo. Perché è stata accolta buona parte delle richieste della procura di Roma alla magistratura del Cairo.

Il dossier dell’indagine egiziana dovrebbe essere finalmente più accessibile. Mancano ancora i traffici di celle telefoniche considerate utili per lo sviluppo delle indagini e i tabulati di due utenze di egiziani e alcuni verbali di informazione. Ma un passo avanti è stato fatto. Tutta la documentazione dovrà ora essere tradotta e così tra una decina di giorni gli inquirenti di piazzale Clodio potranno fare una prima valutazione degli atti ricevuti. Le scarse e, a volte già note, informazioni fornite la scorsa volta avevano provocato la reazione da parte del governo con il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari. A piazzale Clodio quindi, questa volta, definiscono l’incontro al Cairo “utile e cordiale”. Il funzionario dello Sco e un ufficiale del Ros domenica sono stati ricevuti dai magistrati responsabili della cooperazione giudiziaria e hanno portato alcuni verbali di testimonianze.

A tre mesi dalla morte del ricercatore friulano, dall’Egitto non è ancora arrivata una pista credibile sull’omicidio. Intanto, la scorsa settimana, sono iniziate le verifiche sui cinque tabulati telefonici spediti a inizio mese dal procuratore generale della Repubblica Araba d’Egitto, Ahmed Nabil Sadeq, tra i quali c’era anche quello del cellulare di Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti egiziani. Abdallah era una delle persone con le quali Giulio era in contatto per i suoi studi. Tanto Regeni quanto Abdallah erano presenti alla riunione sindacale di metà dicembre durante la quale, secondo quanto raccontato da Giulio ad alcuni amici, il ricercatore friulano era stato fotografato da uno sconosciuto. Chi indaga non esclude che proprio quella riunione, la prima dopo due anni di silenzio del sindacato, possa aver attirato su Giulio attenzioni che ne hanno segnato il destino, anche perché il giovane era uno dei pochi, se non l’unico partecipante europeo all’incontro.

Prudente il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Alla domanda “Arriveremo alla verità sul caso Regeni?” il magistrato risponde: “Non lo so. Deve essere chiaro che le indagini sono in capo all’autorità e alla polizia giudiziaria egiziane. Noi collaboriamo nel limite del possibile”. Pignatone ha ricordato che “quando è stato prospettato dalla polizia giudiziaria egiziana che le persone uccise in un conflitto a fuoco fossero coinvolte nel caso, noi abbiamo detto no”. Ma il magistrato ha quindi precisato che “noi collaboriamo, ma nelle forme possibili tra due Stati tra i quali non c’è neanche un trattato”.