La scelta è per “galateo istituzionale“, l’effetto è quello dell’ennesimo strappo all’interno del Pd. La gran parte dei deputati della minoranza del Partito democratico alla Camera non hanno firmato la richiesta di referendum costituzionale che dovrà confermare (o meno) la riforma Boschi, approvata definitivamente a Montecitorio. Ieri, 19 aprile, erano stati i parlamentari delle opposizioni a presentare la richiesta di consultazione in Cassazione. Oggi è toccato ai colleghi dei partiti di maggioranza. Ma tra le firme mancano quasi tutti i deputati della sinistra del partito, compresi l’ex segretario Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Gianni Cuperlo. Se a chiedere il referendum è la maggioranza, viene spiegato, “ha il sapore di chi si fa la legge e poi vuole il plebiscito, rischio che noi vogliamo evitare”. La decisione della minoranza Pd, tuttavia, non è seguita dai colleghi di corrente al Senato: “Sono valutazioni che non nascono da un ordine di scuderia e non sono affatto legate alla nostra scelta sul referendum che sarà a favore della legge Boschi che abbiamo votato in Aula”. Cuperlo suggerisce di non farne “un caso politico: penso sia logico, naturale e anche giusto che le forze che non hanno condiviso la riforma avanzino la richiesta”. 

La sinistra chiede però che ad ottobre si voti sulla riforma “e non sul governo e nemmeno sul Pd”. Una sfida lanciata invece dallo stesso segretario del partito, il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ha detto più volte che si dimetterà nel caso il voto bocciasse le riforme istituzionali. Lo stesso capo del governo, da Città del Messico, si mette a parlare proprio di questo ennesimo litigio interno al partito: “Ormai non è più una novità – dice – su alcune questioni ci possono essere opinioni diverse ma nel Pd c’è ormai una parte che fa opposizione su tutto, dobbiamo prenderne atto. La decisione del referendum era stata presa tutti insieme, se qualcuno ha cambiato idea mi spiace ma non conta, perché tutti insieme andremo a chiedere il consenso ai cittadini”.

Per il presidente del Consiglio “se qualche politico, anche del mio partito, ha cambiato idea sulla riforma e il referendum ce ne faremo una ragione. Quel che deve essere certo è che non ci fermiamo, noi comunque andiamo avanti”. Le riforme, aggiunge, “riguardano il numero di politici ed è chiaro che parte dei politici non vuole cambiare perché si riducono le poltrone e il Senato non sarà più un luogo dove prendere lo stipendio“.