Le primarie Usa arrivano a New York con due scenari molto diversi. Tra i repubblicani, non sembra esserci storia. Donald Trump è il grande favorito: New York è casa sua, qui ha il quartier generale della sua campagna, delle sue società, qui si radica la sua rete di legami sociali e professionali. Per quanto invece riguarda i democratici, la situazione è più incerta, ma comunque sufficientemente delineata. Hillary Clinton è in vantaggio su Bernie Sanders, soprattutto nella città di New York City e nei sobborghi. Sanders sembra invece meglio posizionato nel nord dello Stato, che ha una composizione sociale – con molti bianchi e diversi campus universitari – più vicina al suo Vermont.

La Clinton, insieme al marito Bill, hanno messo in atto in queste settimane una potentissima strategia di consenso. New York è del resto lo Stato che la Clinton ha scelto, quando si è trattato di diventare senatrice; a Harlem, all’incrocio tra la 125esima strada e Lenox, ha gli uffici Bill Clinton. Praticamente tutta la struttura del partito democratico dello Stato – dal governatore Andrew Cuomo al sindaco Bill de Blasio alla schiera di senatori, deputati e funzionari locali – hanno preso posizione per Hillary, che non ha comunque lasciato nulla di intentato. Ha girato in lungo e in largo lo Stato, dalle fattorie del Nord alla costa di Long Island; ha stretto mani nell’Upper West Side, viaggiato in metropolitano nel Bronx, cantato nelle chiese battiste di Harlem.

Una vittoria – e una vittoria consistente – è d’altra parte necessaria all’ex-segretario di Stato, che viene da otto sconfitte consecutive nelle primarie e che a New York deve, assolutamente, rilanciare la sua immagine di candidata “inesorabile”. “La sfida per la Clinton è di carattere percentuale”, spiega David Birdsell, della Baruch College School, lasciando intendere che non è tanto in discussione la vittoria della Clinton – che appare praticamente certa, sommando i delegati vinti ai superdelegati – quanto la “qualità” di questa vittoria. Più il margine di vantaggio della Clinton è ampio, più la candidata potrà negoziare da una posizione di forza con Bernie Sanders alla Convention di Philadelphia; meno consistente è il suo vantaggio, più dovrà “subire” le richieste di Sanders alla Convention.

In questi giorni la candidata è sembrata preferire eventi piccoli, cercando quindi un rapporto più diretto e personale con gli elettori. E’ comunque apparsa a Manhattan accanto al governatore Cuomo per festeggiare la nuova legge nello Stato sui 15 dollari all’ora di minimo salariale – una somma che però la Clinton non sostiene a livello federale. Dal suo quartiere generale dicono di “aver fatto di tutto per aggiudicarsi lo Stato”, lasciando anche intendere di essersi assicurati il voto di afro-americani e ispanici, fondamentali soprattutto a New York City e sobborghi. Sempre dal quartier generale della Clinton, in queste ore arriva comunque un’ammissione. La frenesia di queste ultime ore di campagna dipende anche dal fatto che nessuno, nel team Clinton, pensava che la campagna elettorale sarebbe rimasta così aperta e competitiva per tutti questi mesi.

Bernie Sanders ha invece privilegiato anche a New York i grandi raduni, che hanno segnato un po’ tutta la sua campagna. A Prospect Park, domenica, erano in 28 mila ad ascoltarlo – la grande maggioranza ragazzi. Sanders ha investito ampiamente in spot televisivi – due milioni di dollari più della Clinton – e si è affidato a un’aggressiva campagna porta a porta e di phone-banking. Forte è stato, ovviamente, l’appello alle sue “radici” newyorkesi. Sanders ha parlato di fronte all’appartamento della sua infanzia, a Flatbush, Brooklyn, e nelle aree più povere della città ha portato il messaggio di giustizia sociale ed eguaglianza economica. A Brownsville, un quartiere di Brooklyn dove più del 70 per cento della popolazione è nero, Sanders ha sottolineato le falle del sistema di public housing newyorkese, ricordando che in questa area della città il tasso di povertà è superiore al 35 per cento e il 46 per cento della popolazione vive grazie ai buoni pasto. “C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese che ha una proliferazione di miliardari e il tasso più alto di povertà infantile tra i Paesi del mondo sviluppato”, ha spiegato.

In campo repubblicano, Donald Trump è invece destinato a ottenere una larga vittoria, grazie soprattutto alla sua popolarità nel nord dello Stato. Lunedì sera, alla vigilia del voto, Trump ha tenuto un comizio a Buffalo, dove il sostegno alla sua candidatura è forte. Più complesso il tema dei rapporti di Trump con la città di New York. Nato nel Queens, il magnate è da anni una figura fissa di tabloid e cronache mondane cittadine, che hanno seguito i suoi matrimoni, divorzi, flirt, avventure e disavventure finanziarie. Il quartier generale di Trump, e la sua residenza, sono in un penthouse della Trump Tower, ed edifici con il suo nome – Trump Place, Trump Parc, Trump Soho New York – sorgono in diversi punti della città.

Nelle scorse settimane, per sottolineare il legame che lo lega alla città, Trump ha parlato dei “New York values”, che ha identificato nel “coraggio, cuore e anima” mostrati dai newyorkesi all’indomani dell’11 settembre. Nonostante l’appello ai sentimenti, l’attrazione che il candidato repubblicano ha raccolto in città resta limitato. Un solo politico repubblicano di rilievo, l’ex-sindaco ed ex-candidato alla presidenza Rudy Giuliani, si è espresso a favore di Trump. Hanno dichiarato invece tutta la loro ostilità l’ex-governatore dello Stato, George Pataki, e l’ex-sindaco, ora indipendente, Michael Bloomberg, che ha per qualche mese considerato una sua discesa in campo per contrastare l’ascesa di Trump.

Quello che non piace  a larga parte dei newyorkesi è l’appello di Trump a contrastare l’immigrazione, in una città che ha fatto della diversità e del culto della differenza uno dei pilastri della sua storia e della sua “narrazione”. “In questa città noi viviamo gli uni accanto agli altri e Donald Trump ha un messaggio più di segregazione che di integrazione”, ha detto Keith Wright, un democratico in corsa per il Congresso proprio a New York. “I miei elettori sono assolutamente terrorizzati dal messaggio di Trump”, ha aggiunto Ron Kim, altro politico locale. L’avversione nei confronti delle posizioni politiche di Trump – che ha chiesto di alzare un muro ai confini con il Messico e di vietare l’entrata dei musulmani negli Stati Uniti – è arrivata sino alla diffusione di petizioni che chiedono di cancellare il nome del miliardario dal Donald J. Trump State Park, che si trova nelle contee di Westchester e Putnam.

Nonostante la scarsa simpatia di cui Trump gode in città, la sua vittoria nello Stato di New York è praticamente certa, grazie soprattutto alle attitudini di voto delle zone agricole e dei centri urbani del Nord. Il vantaggio di Trump nei confronti di Ted Cruz è, secondo gli ultimi sondaggi, a due cifre, quindi molto largo. Il senatore del Texas non si è del resto mai fatto particolari illusioni. Il suo misto di conservatorismo sociale e di aggressivi valori religiosi è particolarmente lontano dagli ideali politici progressisti e dallo stile di vita liberal di New York. Durante la campagna, soprattutto nelle aree più conservatrici del Sud e del Midwest, Cruz ha spesso parlato in modo sprezzante dei “New York values”.

La tappa newyorkese ha avuto un obiettivo comunque importante per Cruz: prendere contatto e rinsaldare i legami con il mondo politico e finanziario che si oppone alla candidatura di Trump alla presidenza. Cruz ha partecipato, in una townhouse dell’Upper East Side, a una riunione del New York Metropolitan Republican Club, dove ha messo da parte i temi propagandati in Iowa e nel Sud e ha parlato di lavoro, sicurezza nazionale e rapporti con Israele. Lunedì sera, il senatore del Texas e la moglie Heidi hanno invece ospitato un evento di raccolta fondi all’Harvard Club, dove Cruz ha incontrato esponenti di Wall Street che potrebbero portare finanziamenti freschi e consistenti alle sue casse elettorali.