Il caso di Doina Matei, la giovane rumena che con la punta di un ombrello uccise nella metro di Roma Vanessa Russo, ha prodotto la solita polarizzazione prima per la concessione della misura della semilibertà che il magistrato aveva accordato alla condannata dopo 9 anni scontati in carcere dei 16 inflitti per l’omicidio preterintenzionale, e poi per la revoca della stessa dopo che alcuni giornali avevano pubblicato le foto di Doina in costume da bagno, sorridente, al mare. Da un lato, il salotto buono dei diritti, pronto a gridare allo scandalo per la revoca: “Non ha in fondo anche lei diritto alla felicità?”. Dall’altro, i forcaioli che hanno gridato allo scandalo per la concessione della semilibertà e che hanno salutato con favore la revoca: “Dovrebbe marcire in carcere”.

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Il punto non è la giustezza della prima posizione del magistrato o della seconda, anche perché tra i due poli del dibattito – i forcaioli (di cui non merita parlare) e i garantisti – nessuno ha letto le rispettive ordinanze, ma sono tutti partiti in tromba lo stesso. Si dice che i provvedimenti dei magistrati non si commentano: niente di più sbagliato, si commentano eccome. Però magari dopo averli letti. Ora, la Costituzione contempla la rieducazione del condannato (art. 27), e le misure alternative al carcere – come la semilibertà – sono uno strumento per il reinserimento nella società di una persona che ha sbagliato. Se il magistrato ha ritenuto che a Doina potesse essere concessa la misura, evidentemente ha agito secondo la legge. Se poi ha deciso di revocarla (sospenderla), l’avrà fatto ancora una volta leggi alla mano, e comunque l’avvocato di Matei (non certo un novellino, Nino Marazzita) ha, secondo l’ordinamento, tutti gli strumenti per far valere le ragioni della sua assistita.

Certo si è scatenata la bagarre, perché come sempre i casi di cronaca giudiziaria appassionano, e danno titolo a discuterne a chiunque, anche a quello che, con espressione comune, viene definito ‘l’uomo della strada’. Ecco, il punto è proprio questo: che titolo avrebbero le persone comuni di discutere di questa faccenda? Si nasconde, in questa domanda, la ricorrente stigmatizzazione, da parte di certi settori della cultura e anche della politica, della ‘pancia del paese’, delle masse, dei subalterni. Ed è in una certa sinistra che pretenderebbe di rappresentare le masse perché in fondo pensa che esse non si possano rappresentare da sole che questa stigmatizzazione spesso, e in modo apparentemente paradossale, si sviluppa.

Come riporta Paul Ginsborg nel suo Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi (Einaudi), durante le lotte contadine meridionali per la terra nell’immediato Dopoguerra, “compagni della provincia, dopo aver affrontato decine e decine di chilometri, giunti in federazione [del Partito Comunista] sono stati accolti come avviene per quel povero contadino che si presenta in un ufficio della città e là, dietro il tavolo, trova l’impiegato che, ritenendosi superiore, non ha parole da sprecare per il povero ignorante che nulla capisce di una legge o di altro”. In fondo le masse sono rozze, non capiscono, è il ragionamento che sottende questo snobismo di sinistra. Il Michele Apicella di “Sogni d’oro” per apostrofare il discorso qualunquista della madre diceva “Cosa sono questi discorsi da autobus?”.

Ricordo un intellettuale molto in voga nella sinistra radicale no global che diceva di non prendere mai il bus perché lo prendono i poveracci che vanno alla messa. Poi è arrivato pure Umberto Eco, che se l’è presa coi social network, rei di dare la parola a eserciti di imbecilli. Proprio su Eco è gustoso l’aneddoto (apocrifo) dello scrittore e metalmeccanico Vincenzo Guerrazzi, che coi compagni dell’Ansaldo recapitò a fior di intellettuali (tra cui Bobbio, Volponi, Tamburrano, Tortorella) un provocatorio questionario che conteneva questa domanda: “Siamo fieri di essere i Personaggi negativi della classe. Non siamo gli eroi del realismo socialista e cristiano. Vogliamo gettare in una fossa comune tutte le mummie che hanno costruito le loro piramidi sulla nostra schiena. Ci ricordiamo dell’umanità e della bontà solo se pensiamo a una reale rotazione dei mestieri. Cosa pensi di noi?”. Stupendo il dialogo (inventato: Eco non rispose mai) del professore scomparso da poco.

Luigi Manconi, nel commentare il caso Matei, ha parlato di “cattivismo miserrimo da vagone ferroviario”. Via dalla ‘folla’, quella che lincia la gente, e le cui determinazioni sono sempre di natura emotiva e ricordano sempre fenomeni naturali (l’esplodere della rabbia è come il temporale improvviso, non ha niente di razionale). Certo la ‘gente’ può essere anche questo, come sapeva l’Ettore Scola di “Brutti sporchi e cattivi”. Peccato però che tra gli animatori della campagna ‘gentista’ ci sia stato anche il Corriere della Sera, il giornale della borghesia italiana illuminata, settentrionale, meneghina, assieme a Gramellini sulla Stampa della civilissima Torino.