Una commissione che non si riunisce e non rinnova i propri rappresentanti. Che firma accordi con i Paesi esteri ma poi è accusata di non rispondere alle necessità di associazioni e famiglie: gli addetti ai lavori lamentano ritardi nei rimborsi dei progetti realizzati, l’impossibilità di espandere le proprie attività in nuovi Paesi, la mancanza di risposte ai genitori in cerca di informazioni. Nel mondo delle adozioni internazionali regna ancora il caos. E al centro delle polemiche c’è sempre la Cai, Commissione adozioni internazionali, organo istituzionale di riferimento per il settore presieduto dal magistrato Silvia Della Monica, che risponde direttamente alla Presidenza del Consiglio. Non a caso, 27 enti autorizzati e 33 associazioni familiari hanno scritto una lettera al premier Matteo Renzi, spiegando che la realtà dell’adozione internazionale in Italia “rischia davvero di scomparire”. Il documento sottolinea la “difficile collaborazione” con la commissione e manifesta la “estrema preoccupazione” delle associazione per la crisi del sistema Italia, “che sembra non avere fine”.

Il primo interrogativo sulla Cai riguarda la sua composizione. La Commissione, presidente a parte, dovrebbe essere costituita da 21 membri: undici rappresentanti dei ministeri, quattro designati dalla conferenza Stato-Regioni, tre dalle associazioni familiari e tre esperti. Il condizionale è d’obbligo, perché i reali numeri sono difficili da verificare. La Cai, infatti, non si riunisce da giugno 2014, appena dopo il suo insediamento. Nel frattempo, i mandati di alcuni commissari sono scaduti ed è intervenuto un decreto che ha cambiato le regole per la sua composizione. Eppure, gli interessati spiegano che nessuno ha comunicato loro la decadenza né chi li debba sostituire. “Il mio mandato è scaduto a luglio 2015 – spiega Monya Ferritti, presidente del coordinamento Care – Ma non ho ricevuto alcuna comunicazione dalla Cai. Non so se ne faccio ancora parte o se mi hanno sostituita. La commissione non si è più riunita da allora e la relativa sezione del sito non è stata aggiornata”. Una delle poche informazioni a disposizione riguarda i costi per la collettività: alla presidente spetta un compenso annuo di 27mila euro lordi, mentre per i commissari non è prevista alcuna retribuzione.

Tra i compiti della Commissione ci sono quello di collaborare con i Paesi esteri per accordi in materia di adozione, autorizzare e vigilare sugli enti, esaminare segnalazioni relative ai procedimenti adottivi, organizzare attività di informazione. La Cai finanzia anche progetti di sussidiarietà e autorizza le associazioni a lavorare in nuovi Paesi. O almeno dovrebbe. Perché conoscere veramente l’attività della Commissione è praticamente impossibile, dal momento che non si riunisce più e gli enti spiegano di non ricevere risposte ai propri tentativi di dialogo. Le uniche tracce del lavoro della Cai sono i comunicati pubblicati sul sito, dove si riportano incontri, accordi e scambi di documenti con le autorità dei Paesi esteri: Bielorussia, Mongolia, Russia, Cina, Burundi, Cambogia. E ancora, si segnalano le firme di protocolli d’intesa con istituzioni come i carabinieri o il Consiglio nazionale forense. Ma gli ultimi bandi finanziati dalla Cai, a quanto riporta il sito istituzionale, formalmente in aggiornamento, risalgono agli anni 2011-2012, cioè prima dell’insediamento dell’attuale commissione. Di più non è dato sapere: ilfattoquotidiano.it ha tentato a più riprese di contattare la presidente Silvia Della Monica, ma non ha mai avuto risposta.

Le associazioni lamentano un immobilismo della Cai su diversi fronti. “Rimane l’impossibilità di un dialogo, una collaborazione con la commissione – spiega Pietro Ardizzi, portavoce dei 27 enti firmatari – La Cai non risponde, non si fa trovare, non vuole collaborare con le associazioni e le famiglie”. Nella lettera al capo del governo, gli enti lamentano l’assenza di una gestione collegiale della Cai, di una collaborazione anche solo consultiva. Ma nel concreto cosa determina questa mancanza di dialogo? Una delle recriminazioni è “il ritardo del rimborso di progetti di cooperazione nei Paesi esteri”. “A noi la Commissione deve 100mila euro da circa tre anni. Ma ci sono enti che hanno crediti anche sui 300mila euro – racconta Gianfranco Arnoletti, presidente dell’associazione Cifa – Abbiamo sviluppato progetti di sussidiarietà in altri Paesi con l’affidamento da parte della Cai, che però non ha mai onorato l’impegno economico di pagare i servizi realizzati per conto suo. In questi casi, per completare i progetti, le associazioni chiedono un finanziamento in banca. E ora molte banche stanno sollecitando il rientro dei prestiti”.

E oltre alla questione economica, c’è anche chi vuole espandere il proprio raggio d’azione e non può. “Il blocco della Cai determina il mancato esame delle istanze di autorizzazione per operare in nuovi Paesi – aggiunge Massimo Vaggi, presidente dell’associazione Nova – Per esempio, noi avevamo chiesto di lavorare in Ghana e Sud Africa, ma non abbiamo mai avuto risposta”. A protestare non sono solo gli enti, ma anche le famiglie adottive. “Non esiste più la linea Cai, un numero verde con cui i genitori potevano chiamare la Commissione – aggiunge Monya Ferritti – Adesso le famiglie hanno moltissima difficoltà a contattare la Cai. C’è chi vuole cominciare ad adottare e vuole informazioni su un ente, chi vuole sapere qualcosa di più su un contratto di adozione, chi vuole segnalare problemi riguardo alle associazioni. E ora non hanno risposte”. Così l’appello è stato lanciato direttamente alla presidenza del Consiglio, referente politico della Cai. “Sempre meno famiglie in Italia fanno ricorso all’adozione – conclude Marco Griffini, presidente dell’associazione Aibi – Questo crollo è dovuto alla paralisi ormai pluriennale della Commissione. Perché Matteo Renzi sta buttando a mare l’adozione?”.

Alle richieste di chiarimenti da parte de ilfattoquotidiano.it, la presidente della Cai Della Monica non ha risposto. All’emittente Controradio, tuttavia, ha parlato di una “campagna mediatica falsa e negativa che fa male al mondo delle adozioni”, senza però entrare nel merito dei problemi sollevati dalle associazioni. Poi, intervistata da Repubblica, ha non solo evocato “gestioni discutibili” da parte da parte di alcuni enti, ma contestato anche un presunto “conflitto di interessi” legato alla presenza all’interno della Commissione di “enti che non dovrebbero partecipare ai lavori”. Evocando pure un “uso scriteriato di fondi” da parte delle “gestioni precedenti”. Per poi concludere: “Riunirò la Commissione quando avrò sanato questa anomalia”. Sulla vicenda delle adozioni in Congo, che ha visto oltre cento bambini bloccati nel Paese africano, la presidente Cai ha invece annunciato “lo sblocco di tutte le procedure italiane, quindi tutti i bambini italiani – anche se italiani diventeranno quando arriveranno in Italia e sarà trascritta la loro sentenza – potranno davvero raggiungere le famiglie che li aspettano”.

Differente però la versione del ministero degli Esteri, che per bocca del sottosegretario Vincenzo Amendola aveva spiegato che “grazie al lavoro svolto dall’Ambasciata d’Italia a Kinshasa, (…) un ulteriore gruppo di bambini potrà presto ricongiungersi ai familiari in Italia”, anche se “rimane ancora un numero molto limitato di piccoli che si auspica possano essere rapidamente sbloccati”. A metà aprile poi il senatore Carlo Giovanardi ha presentato un’interpellanza al presidente del Consiglio e al ministro degli Interni lamentando che l’arrivo di 51 bambini a Fiumicino dal Congo lunedì 11 aprile è stato “trasformato in una sorta di segretissima operazione di polizia”, con i genitori “convocati a Roma nel corso della stessa giornata in gran segreto per firmare atti urgenti” mentre i piccoli venivano “trasferiti alla Scuola di polizia di Spinaceto” e “a tarda sera alcuni erano ancora presso la caserma”.

Un’altra questione sollevata dalle associazioni è la mancanza di dati sulle adozioni relativi agli ultimi due anni. Fino al 2013, ogni anno la Cai pubblicava un rapporto statistico. E gli ultimi numeri non erano incoraggianti: dagli oltre 4mila bambini adottati del 2010, l’Italia è passata a poco più di 2.800 nel 2013. Ma da allora non è più stato pubblicato alcun dato ufficiale, anche se le associazioni denunciano un ulteriore crollo degli affidamenti. A questo proposito, Della Monica ha annunciato: “Entro fine mese verranno rese note le nuove statistiche. Ma posso già anticipare che per la prima volta i numeri ricominciano a crescere”.