Quando nel 2000 la reporter milanese Albertina d’Urso per la prima volta andò in Tibet, Bin Laden non aveva ancora abbattuto le Torre Gemelli e Gheddafi era saldamente al potere. Poi sono venute le primavere arabe e i loro fiaschi, la crisi irrisolta in Siria, l’Isis, il Medio Oriente tutta una polveriera, ma Albertina non ha mai perso di vista il suo obiettivo. Che poi coincide con quello del Dalai Lama: preservare la cultura tibetana e l’ambiente naturale del Paese, entrambi a rischio distruzione.

Albertina, bella ed elegante, figlia di Carlo, avvocato e mentore della Finanza italiana (sì, quella con la F maiuscola) ha già vinto il Premio Canon Giovani Fotografi. Ha esposto al New York Photo Festival e collabora con testate prestigiose come Photo. Ha impiegato 15 anni di ricerca fotografica per ricongiungere visualmente i tibetani in esilio. Ha seguito come un’ombra una famiglia in cammino fino a Bylacuppe, il campo profughi di Karnataka in India. Click dopo click Albertina è diventata il punto di riferimento dei rifugiati sparpagliati per il mondo (Nepal, Taiwan, Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Svizzera, Italia, Belgio, Olanda e Canada), sono loro gli ultimi custodi della cultura tibetana.

Albertina ha respirato la loro quotidianità, ha fotografato stati d’animo, entrava e usciva dal dolore di un popolo senza terra, esplorava il loro profondo legame con le proprie origini e tradizioni. Il volume “Out of Tibet” (Dewi Lewis Publishing) racconta il loro dramma. Immagini che parlano più di un fiume di parole. Che lasciano un vuoto in petto non solo agli innamorati del Tibet. Sono passati 57 anni dalla brutale invasione cinese, alla quale è seguita la diaspora, ma i profughi tibetani continuano a sentirsi uno Stato, un governo in “dispersione” (che nessun Paese al mondo riconosce) con un loro primo ministro, una lingua ufficiale, simboli, tradizioni e soprattutto una guida spirituale, il Dalai Lama.

Non vivrai mai errori, solo lezioni.
Una lezione viene rivissuta fino alla sua comprensione.
Qualche volta vincerai, qualche volta imparerai.
Trasformare in opportunità anche le circostanze più avverse.
L’erba del vicino sarà del vicino. Cura la tua.

Sembra di ascoltare un simposio del Dalai Lama o di Richard Gere, che tanto si sente il discepolo del monaco buddista. Invece così parlò Andrea Pietrangeli che fa un mucchio di cose. Per semplificare dirò che fa l’indagatore di coscienze e vuole che il suo sapere da cultura di élite diventi cultura di massa. Intanto il suo know how lo ha messo in “Incarnazione”, il primo romanzo cosmico (casa editrice, per restare in tema, Spaziointeriore) presentato allo Shala Yoga fra marmi, stucchi e volte del primo café-chantant in Italia, il mitico Salone Margherita, che solo il piglio imprenditoriale di Valeria e di Alessandra Barbaro hanno trasformato in spazio multifunzionale.

E se facciamo come Andrea, il solo pronunciare soavemente Shama-laaaaayaaaah (testualmente: prendo confidenza) ci fa visualizzare un tunnel di luce. Più “a” si aggiungono più il tunnel diventa luminoso e i chakra si armonizzano. A volte penso cose che non capisco, vorrei intervenire. Ma Andrea, con quella sua aria da guru con sorriso stampato, si rivolge a Pamela Carnieli, anfitriona della serata, la guarda dritto negli occhi: “Il corpo che ti è stato affidato è perfetto per ciò che dovrai vivere. Ogni esperienza, ogni persona che incontri sul tuo cammino sarà stata una tua scelta…”. Vorrei intervenire ancora una volta, invece sto zitta e il pensiero me lo tengo per me. Se un ispettore di Equitalia ci fa una verifica fiscale regaliamogli una copia del libro che sta per diventare anche documentario. O diamogli un Free Hug (un caloroso abbraccio), come l’evento che Andrea Pietrangeli ha organizzato nel 2012 con centinaia di ragazzi che regalarono abbracci agli attoniti passanti a Piazza del Popolo.
@januariapiromal