Al Senato la riforma del Terzo Settore slitta ancora, questa volta dopo Pasqua. Colpa delle incertezze del governo e soprattutto della mancanza del numero legale, perché evidentemente l’odore di vacanze si fa sentire più forte in Parlamento. Quando riprenderà la discussione sul provvedimento (il calendario sarà deciso mercoledì prossimo) i nodi da sciogliere saranno ancora l’articolo 6 sulle imprese sociali – sul quale c’è stata battaglia parlamentare nella seduta di oggi a Palazzo Madama – e l’articolo 9, nel quale il governo, con un emendamento, vorrebbe inserire l’istituzione della cosiddetta “Fondazione Italia sociale“. Entrambi suscitano più di un problema all’interno della maggioranza.

Era stato il presidente del Consiglio Matteo Renzi a indicare questa legge come priorità e, anzi, il sottosegretario al Welfare Luigi Bobba aveva previsto che il voto finale del Senato sarebbe avvenuto il 23 marzo, cioè oggi. “Compito della politica non è soltanto ringraziare il volontariato – aveva scritto nella sua e-news il presidente del Consiglio – Occorre fare un salto di qualità per rendere i valori del volontariato centrali nelle politiche”. In questa direzione, aveva aggiunto, va la riforma del Terzo Settore.

Il governo invece ha rischiato di cadere proprio durante l’esame della legge, all’articolo 6 che, secondo le opposizioni, trasforma le imprese sociali in un “ibrido” senza “controlli adeguati” rispetto a quelle classiche che operano nel Terzo Settore. Ma non solo secondo le opposizioni: a presentare un emendamento soppressivo dell’articolo è stato infatti Luigi Marino, senatore di Area Popolare, che fa parte della maggioranza. Sulle prime il governo, con il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, ha deciso di accantonare l’emendamento che avrebbe cancellato l’intero articolo e aveva ricevuto il sostegno in Aula di tutte le opposizioni (da M5s ai fittiani). L’accantonamento era stato poi possibile grazie ai voti del gruppo Ala, quello dei verdiniani e questo aveva acceso la consueta polemica di alcuni senatori di minoranza (come Francesco Nitto Palma di Forza Italia e Raffaele Volpi della Lega Nord) che avevano sollevato il tema della “nuova maggioranza di governo”.

Quindi la paura del governo era che la maggioranza andasse sotto proprio sull’articolo 6, la colonna portante dell’intera riforma. Così, prima l’emendamento è stato accantonato (tra le nuove proteste delle opposizioni) e poi il capogruppo di Ap Renato Schifani ha chiesto al suo senatore Luigi Marino di ritirarlo. La risposta è stata un no: Marino ha spiegato che così avrebbe dovuto rinnegare tutto quello che aveva detto fino a quel momento. Alla fine il governo ha preso coraggio, ha messo ai voti l’emendamento e se l’è cavata, soprattutto per le assenze tra i banchi delle opposizioni: i no sono stai 126, i no 90, le astensioni 2.

L’articolo 6 del disegno di legge prevede, tra l’altro, “forme di remunerazione del capitale sociale che assicurino la prevalente destinazione degli utili allo svolgimento delle attività statutarie, da assoggettare a condizioni e limiti massimi in analogia con quanto disposto per le cooperative a mutualità prevalente, e previsione del divieto di ripartire eventuali avanzi di gestione per gli enti per i quali tale possibilità è esclusa per legge, anche qualora assumano la qualificazione di impresa sociale”. La norma, secondo l’opposizione, creerebbe un “ibrido” perché la cosiddetta “impresa sociale” diventerebbe una cosa “a metà tra il terzo settore e l’impresa vera e propria”. Tra coloro che l’hanno criticata con più forza il senatore di Idea Carlo Amedeo Giovanardi che aveva parlato di un “articolo di tipo mafioso” che aiuterebbe “come al solito gli amici degli amici” senza che ci sia “alcun controllo”. Secondo l’articolo 4 della legge, infatti, si vieta la distribuzione dei dividendi alle imprese che non dovrebbero avere finalità di lucro, mentre nelle imprese sociali così come previste nell’articolo 6 “tutto resterebbe troppo ambiguo”, sottolinea il forzista Maurizio Gasparri.