L’oscuro presagio sulla fine dell’Unione europea questa volta non viene da una Cassandra del sovranismo, ma direttamente dalla voce di uno dei rappresentanti più autorevoli dell’establishment europeo, il senatore a vita Mario Monti. Non è infrequente in questi ultimi tempi vedere l’immagine austera del senatore sugli schermi televisivi che in questa occasione a DiMartedì, nel programma di Giovanni Floris, offre la sua visione carica di foschi scenari, nella quale l’Europa è vicina ad un baratro e ad un passo dalla probabile frattura entro “i prossimi tre anni”. A dirla tutta, questo pronostico sembra persino troppo ottimista. Tra tre anni, se si continua di questo passo, dell’Europa dei diritti sociali e delle costituzioni democratiche sarà rimasto ben poco, perché i problemi che affliggono il vecchio continente rischiano di deflagrare tra pochi mesi. Le ondate dei migranti non si arrestano e le politiche economiche che vengono imposte nelle stanze di Bruxelles, non prevedono di azionare la leva degli investimenti pubblici.

Unione Europea

L’austerity ad oggi, resta l’unico modello di politica economica contemplato dalla Commissione europea e dalla Germania, l’assoluta padrona della politica europea. Non esiste una strategia unitaria tra gli stati membri, né sembra essercene una in preparazione per costruire una seria via d’uscita. Secondo Monti, il problema di fondo non è legato tanto a Bruxelles, quanto agli stessi stati che continuano ognuno ad andare per proprio conto. Qual è dunque la soluzione secondo l’intellighenzia europea? A leggere l’ultimo contributo per Project Syndicate di Joschka Fischer, ex Vice-Cancelliere e ministro degli Esteri tedesco ai tempi del governo Schröder, sembra abbastanza chiaro che il passo successivo sarebbe quello di rafforzare l’Unione, integrarla ancora di più sotto il piano politico e fiscale, e renderla definitivamente un’entità simile agli Stati Uniti d’Europa.

Un suggerimento molto simile è arrivato lo scorso anno, durante una conferenza del Brookings Institute dal titolo “Ristabilire la leadership economica europea”, alla quale ha preso parte Henri de Castries, amministratore delegato di AXA e membro di spicco del gruppo Bilderberg, che ha disegnato la strategia per raggiungere questo traguardo. Il raggiungimento di questo obbiettivo, secondo de Castries, passa dalla “ricomposizione dell’asse franco-tedesco” che ha rappresentato la locomotiva del processo di integrazione europeo. E’ quindi essenziale per de Castries, “costruire una unione politica e fiscale e trasformare la Bce in una banca prestatrice di ultima istanza”. L’ostacolo contro cui si infrange questo ragionamento, ovvero il vero elemento di novità nella crisi persistente dell’Europa, è che non è più solo il Sud Europa a soffrire la pressione delle politiche europee, ma anche il Nord Europa guidato dal blocco tedesco, il quale inizia anch’esso a mostrare segni sempre più palesi di insofferenza verso l’Unione, e la conferma di questa tendenza ci viene proprio dalle ultime elezioni tedesche che hanno premiato il partito anti-UE, Alternative Für Deutschland .

Non regge nemmeno più la spiegazione offerta dall’establishment europeo che attribuisce la colpa della situazione alla mancanza delle riforme strutturali che, se realizzate, consentirebbero una volta per tutte di guadagnare quell’auspicata crescita economica che fino ad ora è stato impossibile ottenere. Se si legge l’ultimo contributo di Vitor Constâncio, vice-presidente Bce, si troverà una spiegazione chiara dell’inefficacia delle riforme strutturali rispetto alla crescita economica e alla mancata ripresa dell’inflazione, dal momento che queste portano con sé una riduzione dei salari e conseguentemente nessuno vero stimolo alla crescita dei prezzi. Le politiche dal lato dell’offerta non sortiscono alcun risultato e l’effetto Pigou, tanto caro agli economisti classici, non trova nessun riscontro con l’economia reale. Cosa aspettarsi dunque dal persistere di questa situazione? Se c’è disaccordo con il professor Monti sulle cause della crisi europea, altrettanto non può dirsi degli effetti. L’Ue è destinata al crollo, ed è questa certamente una considerazione di buon senso. L’edificio europeo non è stato costruito per durare nel tempo, o per assicurare la pace tra i popoli europei. Esso è stato pensato per perseguire gli interessi tedeschi, e in minor misura quelli francesi, che da sempre guidano la macchina dell’integrazione europea. Fin dai primi anni’50, dopo il trattato della CECA e successivamente con la firma sul Trattato di Roma nel 1957, il mercato comune europeo è stato un modo per affermare il principio del libero commercio. Questa strategia è da sempre alla base delle politiche mercantiliste tedesche che puntano a consistenti surplus della bilancia dei pagamenti. La fase espansiva della Germania ora ha raggiunto il suo culmine, dal momento che i paesi concorrenti della Germania non sopportano più il peso dell’austerità, e non possono essere più dei mercati di sbocco per i prodotti tedeschi a causa della debolezza delle loro domande interne.

L’élite eurista che aveva affidato alla Germania il ruolo di guida del processo di integrazione europeo, ha in mente ora la costruzione di una struttura politica sovranazionale che sostituisca gli stati nazionali e prenda in carico la loro politica fiscale. Un nuovo soggetto che agisca unitariamente anche in politica estera. E’ difficile immaginare che tutto questo possa accadere con il consenso dei popoli europei, che hanno manifestato scetticismo sull’unificazione dell’Europa quelle poche volte che sono stati interpellati. Come ovviare dunque a questo ostacolo? Per passare alla fase successiva, occorreranno probabilmente nuovi shock di tipo monetario, come il crollo del sistema bancario, oppure una minaccia alla sicurezza europea, come il terrorismo islamico. Forse non bisognerà aspettare il triennio di cui parlava Monti per vedere questo passaggio, quando il crollo delle banche è sotto ai nostri occhi e la minaccia del terrorismo islamico bussa alle porte di casa.