Sei studenti del Collettivo universitario autonomo (Cua) di Torino sono finiti ai domiciliari stamattina per le proteste e gli scontri con gli altri studenti del Fuan o al Movimento universitario padano avvenuti nel corso del 2015. Il sostituto procuratore Manuela Pedrotta, che ha coordinato l’inchiesta della Digos della questura di Torino, ha indagato sette giovani (un settimo ha l’obbligo di firma) per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, violenza privata, danneggiamento aggravato e furto aggravato. Si tratta di nuovi arresti che si aggiungono a quelli che hanno colpito gli universitari del Cua per le manifestazioni No Tav o le proteste contro Matteo Salvini: “È un attacco alla libertà d’espressione”, sostengono, un attacco che si unirebbe alle critiche ricevute dagli studenti bolognesi per le proteste contro il professore Angelo Panebianco.

Tre sono gli episodi contestati ai sei studenti, episodi avvenuti nel marzo e nel novembre 2015, quando il collettivo – legato al centro sociale Askatasuna – ha protestato contro Salvini e contro il Fronte universitario d’azione nazionale. “Contestavamo la presenza dei razzisti al campus ‘Luigi Einaudi’ dell’Università di Torino – ha ricordato la portavoce del Cua Valeria Camilloni – e quella del consigliere comunale Maurizio Marrone”, che degli studenti di destra è stato rappresentante.

Gli inquirenti contestano agli indagati di essere entrati, il 25 novembre scorso, nell’aula concessa al Fuan sradicando la porta, di aver imbrattato le pareti, gettato mobili e oggetti e portato via due computer: “Abbiamo solamente gettato dei volantini razzisti, non abbiamo preso nessun pc”, ha detto Camilloni. Poi, quello stesso pomeriggio, sei militanti del Fuan erano andati a controllare i danni della loro aula insieme al politico e hanno trovato gli studenti del Cua ad attenderli e insultarli. I due gruppi si sono fronteggiati e si è arrivati allo scontro fisico al termine del quale i pochi studenti di destra hanno riportato alcune lesioni, mentre il consigliere ha rimediato una distorsione cervicale.  Secondo Camilloni, però, è stata fatta una “ricostruzione tutta macchinosa degli avvenimenti” perché l’ordinanza di custodia cautelare si baserebbe “solamente sulla testimonianza di Maurizio Marrone e dei suoi quattro sgherri invisibili nell’università”.

Ora i compagni degli arrestati pongono un problema: “Non possono andare a lavorare, perché sono studenti lavoratori, e non possono andare all’università, frequentare le lezioni e dare gli esami”, ha affermato la portavoce. Un problema che riguarda anche altri quattro studenti arrestati di recenti in favore dei quali si erano mobilitati ricercatori, professori e anche la politica. A fine febbraio il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Francesca Frediani ha chiesto un intervento a Monica Cerutti, assessora al diritto allo studio universitario: “Non spetta a noi giudicare i provvedimenti di cui sono destinatari gli studenti citati, né compete all’università il potere di derogare a divieti o misure restrittive imposte a seguito di procedimenti giudiziari”, ha risposto l’assessore.

Per loro non è l’unico problema. Camilloni e il rappresentante di Studenti Indipendenti pensano che la libertà di dissenso all’interno degli atenei sia in pericolo, come dimostrerebbero le critiche alle proteste contro Panebianco all’Università di Bologna, ma anche le aule negate per la discussione sugli accordi tra atenei italiani e le università israeliane.