“Guarda che inshallah spera inshallah per me io ho segnato per uno operazione suicida, vuol dire prendo una macchina con l’esplosivo dentro per fare un’operazione contro il kuffar (miscredente, ndr), però se mi prometti che vieni dopo un mese io posso allontanare la data dell’operazione… lo dico qua… guarda che sto aspettando un fratello per venire inshallah, hai capito? Basta che tu mi dici così, io posso aspettarti”. “Prendo una macchina con l’esplosivo dentro per fare un’operazione contro i ‘kuffar’ (miscredenti (ndr)”.
Parlava così il tunisino Firas Barhoumi con il suo amico macedone Vulnet Maqelara alias Carlito Brigande. A fare paura è il fatto che i due colloquiavano nella nostra lingua e in Italia si erano conosciuti e hanno vissuto per un lungo periodo. Il macedone si era fatto cambiare il nome in gioventù e aveva scelto di farsi chiamare con lo stesso nome (a parte la d al posto della t) del protagonista di Carlito’s way, il fim con Al Pacino di Brian De Palma nel quale si narra la storia di uno spacciatore portoricano. Il macedone Vulnet Maqelara aveva precedenti penali nel suo paese ma non certo per attentati di ispirazione religiosa bensì per reati comuni. La sua storia è preoccupante perché Carlito ha cominciato a dire Inshallah ogni due per tre e a sognare di farsi saltare in aria in carcere, in Italia. Proprio durante la detenzione si è radicalizzato grazie anche ai contatti con il tunisino Firas Barhoumi. Quello che sorprende nell’operazione AKHI è il fatto che i due parlassero tra loro in italiano e che il tunisino confessasse al macedone la sua intenzione di organizzare un attentato kamikaze. La scorsa notte, i Carabinieri del ROS e del Comando Provinciale di Roma, nell’ambito di un’indagine diretta dalla Procura della Repubblica della Capitale, hanno arrestato oltre al quarantenne macedone Carlito Brigande e al ventinovenne, Firas Barhoumi, ai quali viene contestato il delitto di appartenenza ad un’associazione con finalità di terrorismo, con l’aggravante della transnazionalità del reato anche un terzo cittadino macedone Abdula Kurtishi che era in stretto contatto con il concittadino Brigande Carlito. Tutto inizia a novembre quando Carlito Brigante,viene fermato nell’ambito di un ordinario servizio di controllo del territorio dei Carabinieri. Si scopre così che il macedone era ricercato dalla giustizia del suo paese: niente a che fare con l’islam ma solo reati contro la persona ed il patrimonio commessi in quel Paese. Durante la perquisizione del rifugio del latitante i Carabinieri si imbattono in una serie di lettere in arabo e in una foto con il dito alzato come tante altre viste sui siti dei radicali islamici. La posa e le lettere arabe nelle mani di un macedone che non parla arabo, insospettiscono i militari della territoriale che passano la segnalazione agli specialisti del ROS che traducono le lettere e analizzano lo smartphone, i suoi contenuti, la rubrica e i tabulati del telefonino. Così scoprono la chat di Brigande con Firas Barhoumi. Il tunisino era in Iraq a combattere con l’ISIS e stava riuscendo a convincerlo a fare anche lui il foreign Fighters. Il Ros scava nel passato tra i due e scopre l’incrocio che ha innescato la miccia: il carcere, come sempre più spesso accade. I due indagati si sono conosciuti in cella tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Barhoumi faceva proselitismo jihadista e Carlito subiva il fascino della sua maggiore conoscenza del Corano. Così Carlito era a un passo dalla partenza per l’Iraq, ove si sarebbe unito alle milizie jihadiste dell’ISIS. Firas gli raccontava che si era offerto come volontario per missione suicida contro “gli infedeli” mediante l’uso di un’autobomba, in Iraq, e il macedone fremeva dalla voglia di raggiungere il compagno. La terza persona arrestata stanotte dai Carabinieri del ROS e del Comando Provinciale di Roma, la scorsa notte, è Abdula Kurtishi, ventiseienne macedone. Era ricercato in campo internazionale perché evaso da un carcere macedone dove stava scontando una condanna ad anni 8 di reclusione per rapina. Però anche se la ragione del suo arresto è l’esecuzione di un mandato internazionale per reati comune, i Carabinieri sono interessati a capire meglio i suoi rapporti con il connazionale. Era entrato nell’ottobre scorso nel nostro Paese con un documento falso, intestato al fratello.