Nel dicembre del 2014 l’accusa era di terrorismo. E anche oggi per Fethullah Gulen per c’è un mandato d’arresto per lo stesso reato. Un tribunale di Erzurum, nella Turchia orientale, ha emesso un ordine di cattura per l’imam e magnate, ex alleato diventato avversario del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il provvedimento riguarda anche il fratello Salih. L’accusa anche questa volta è di “far parte di un’organizzazione terroristica”.

Gulen e il fratello sono accusati anche di “violazione della Costituzione” e “truffa aggravata”. Erdogan accusa l’imam, che dal 1999 vive in auto-esilio in Pennsylvania, negli Stati Uniti, di aver creato uno “stato parallelo” con l’obiettivo di rovesciarlo, orchestrando tra l’altro la Tangentopoli turca del dicembre 2013.

Secondo quanto riferiscono i media turchi, la scorsa notte la polizia ha compiuto un blitz in una tipografia di proprietà del fratello di Gulen a Erzurum in cerca di documenti sospetti. Nei mesi scorsi contro l’imam, che è a capo della potente confraternita Hizmet, erano già stati spiccati almeno tre mandati di arresto. Gulen figura inoltre nella lista dei “terroristi” più ricercati di Turchia, insieme ai capi del Pkk curdo e di gruppi jihadisti.

Venerdì scorso, sempre per legami con Gulen, era stato commissariato il gruppo editoriale Feza che controlla il quotidiano di opposizione Zaman, mentre ieri sera un provvedimento analogo ha colpito l’agenzia di stampa Cihan, unica a monitorare le elezioni a livello nazionale oltre a quella statale Anadolu.

Hizmet ha sempre esercitato un forte potere politico all’interno del Paese, controllando alcuni media, banche e scuole. Un potere del quale in passato si è servito lo stesso Erdogan. L’appoggio del predicatore Gulen gli ha garantito numerosi voti, che gli hanno permesso di vincere più volte le elezioni politiche.

La rottura, però, si è consumata nel 2010, dopo la questione della Freedom Flotilla-Mavi Marmara. In quell’occasione, sei navi di un gruppo attivista pro-Palestina forzarono il blocco di Gaza per portare aiuti umanitari sulla Striscia e per compiere un’azione dimostrativa. I militari israeliani abbordarono una delle sei navi per fermarla, la Mavi Marmara appunto, e questo portò a uno scontro con gli attivisti finito con l’uccisione di 9 di questi. In quel caso, Erdogan, che era primo ministro, parlò di “terrorismo di Stato” da parte di Israele e ruppe i rapporti con quello che era uno dei partner più importanti nell’area. Gulen, invece, prese le distanze dalla decisione del primo ministro turco e il rapporto tra i due si interruppe. Erdogan poi ha deciso di chiudere le Dershane, le scuole di preparazione all’istruzione superiore sotto il controllo di Gulen. Dopo il referendum popolare del 10 settembre 2010, conseguente allo scandalo Ergenekon del 2007, c’era stata la riforma della magistratura e della Corte Costituzionale: questi organi, fino ad allora di impronta fortemente kemalista, erano passati sotto il controllo della confraternita.