La notizia ha scatenato polemiche internazionali: il Rijksmuseum di Amsterdam, un’istituzione prestigiosa (che vanta Rembrandt e Van Gogh) e non un piccolo periferico raccoglitore di quadretti di un Comune con la giunta di sinistra, ha deciso di cambiare il titolo a quelle opere che contengano le parole olandesi neger e kaffer (i neger del Sudafrica), mongooltje (mongoloide), dwerg (nano) e, via via, preso da un sacro fuoco di politicamente corretto, anche hottentot (ottentotto), la cui lontana etimologia ha a che fare con  “balbuziente”, bosjesman (boscimane), eskimo (Inuit, abitante della Groenlandia), indiaan (nativo americano) e via di questo passo. Insomma tutti i termini oggi ritenuti, giustamente, offensivi, ma che, ai tempi il cui il dipinto venne realizzato erano di uso comune. Ci si chiede dunque: non si tratta di un’operazione antistorica che, se prendesse piede, potrebbe trasformare, che so, il Nano Morgante del Bronzino (XVI secolo), ritratto del più noto “nano” alla corte di Cosimo I de’ Medici, oggi custodito agli Uffizi, in qualcosa tipo “Morgante, una persona di bassa statura”, definizione oggettivamente ridicola?

Fortunatamente, il direttore della galleria fiorentina, Eike Schmidt, ha già bocciato l’iniziativa dei Paesi Bassi, e ha dichiarato a il Venerdì di Repubblica (19 febbraio 2016) che «laddove esistano titoli ormai storicizzati, per noi restano quelli». Ma gli Uffizi sono solo uno dei grandi musei del mondo (a proposito, anche la parola “museo” è sgradita al politicamente corretto) e altri direttori potrebbero pensarla diversamente. Contemporaneamente il Giornale, le cui scelte sono solitamente da me poco condivise, stavolta ha allegato al quotidiano del 3 marzo 2016 un interessante pamphlet di Luigi Mascheroni, docente alla Cattolica di Milano, intitolato Come sopravvivere al politicamente corretto, un «prontuario semiserio alle follie ipercorrettiste». Godibile. Insomma, il dibattito si fa intenso.

Personalmente, ritengo che non sia quella olandese la strada da seguire per ridare dignità a chi è stato relegato per secoli in un ghetto di (ritenuti) minus habens. E che non si debba operare in ragione di annosi sensi di colpa (il colonialismo olandese ne scatena parecchi), ma attraverso un’opera di educazione e attraverso lo studio della storia: è sbagliato esorcizzare il passato apponendo una targhetta nuova sotto un quadro e tradendo, per altro, il contesto storico di riferimento. Quel passato non può essere rimosso, ma va osservato, pur  attraverso il «vetro impolverato» della storia, per citare Won Kar Vai nel cartiglio finale di In the mood for love. Anzi, il passato va ricordato proprio per non commettere gli stessi errori. Se è pur vero che, spesso, non sono stati gli artisti a dare il titolo alla propria opera, è altrettanto vero che lo hanno fatto mercanti d’arte, direttori di musei, collezionisti, tutti calati in un preciso momento storico, inalienabile.

E l’arte prodotta in un preciso periodo non può essere piegata ai valori della contemporaneità. «Se oggi un grande fotografo di fama internazionale decidesse di fare una fotografia a una ragazza d’etnia sinti intitolando la sua opera “Ragazza zingara”», scrive Federico Giannini, fondatore di Finestre sull’Arte, «probabilmente verrebbe guardato storto perché, nel corso dei secoli, il termine zingaro ha assunto una connotazione peggiorativa. Se invece gli Uffizi decidessero di aggiornare le denominazioni di tutte le opere di Alessandro Magnasco con termini politicamente corretti (creando riferimenti forse non concepibili da un artista del Settecento, come “Refezione di nomadi” o “Ritrovo di nomadi e soldati”) potremmo trovarci di fronte a un’operazione antistorica». Poi, il paradosso: su Facebook (provocatoriamente o no?) nasce a pagina de Il zingaro (autogestita e autonominata da un fantomatico rom che racconta la propria vita a base di furti e e consigli per i furti) e che, fra le altre cose, ricorda che «il zingaro è come equitalia, te fote tutto» (sic) e asserisce: «Sono assolutamente antirazista» (sic 2).

Credo, in definitiva, che un eccesso di politicamente corretto sia persino umiliante (pensate se, in The Hateful Eight di Tarantino, non fosse stata usata la parola “negro”, inserita nel contesto di metà Ottocento (e anche in modo provocatorio) quanto ridicoli sarebbero stati i dialoghi. (“Ehi tu, uomo di colore…”, rivolti a Samuel L. Jackson). Consentitemi una frasetta a effetto, un po’ baci perugina: «Il rispetto viene dal cuore non dalla bocca». Ha ragione il filosofo francese Pascal Bruckner quando parla (consiglio vivamente il suo La tirannia della penitenza, Guanda, 2007) di ideologia balbuziente, sete di punizione, vanto dell’odio di sé, pentimenti, tardive conversioni alla virtù, pacificazione con il passato, vittimismo come carriera, da parte di questa vecchia, malata società occidentale.