Un vero e proprio imbuto balcanico, tra migranti bloccati, veti e controveti che rallentano le procedure di accoglienza e ridistribuzione dei migranti con il risiko a catena di frontiere sempre più chiuse. Mentre Austria, Croazia e Slovenia alzano muri, in Grecia in migliaia arrivano, ma nessuno se ne va, come titola oggi la stampa greca. Ben 10mila sono quelli bloccati al confine con la Macedonia ma non si sa dove posizionarli dal momento che la frontiera è chiusa. Per questa ragione il governo greco chiede a Skopje di riaprirla. La risposta: “Abbiamo chiuso il passaggio agli afghani perché l’Austria dalla scorsa settimana ha limitato gli ingressi” a massimo 80 richiedenti asilo al giorno. E anche se gli afghani sono circa un terzo dei migranti, la presa di posizione della Fyrom (già gravata dalla crisi politica con in vigore decisione su scioglimento parlamento) ha dei riverberi su tutti i siriani e gli iracheni che non hanno documenti o li hanno persi  durante la traversata dalla Turchia e la Grecia. Che quindi ora non hanno la possibilità di dimostrare la loro nazionalità.

L’Austria chiude le frontiere e i Paesi dei Balcani la seguono
Il punto alfa di questo risiko può essere individuato in Austria: è Vienna che ha iniziato a limitare gli ingressi. E i Paesi che si trovano a Sud, in primis gli Stati dei Balcani, progressivamente stanno subendo quella decisione e ora sbarrano le frontiere per evitare che i migranti restino sul loro territorio. Ieri il fenomeno era stato analizzato dal ministro degli Interni croato, Vlaho Orepic, secondo cui la rotta migratoria balcanica sarà chiusa nel momento in cui l’Austria e la Germania decideranno di non accogliere più i profughi provenienti dal Medio Oriente. E se secondo il ministro croato il flusso dei migranti “è una questione umanitaria“, si deve però allo stesso tempo “avere riguardo verso la posizione di Germania e Austria, destinazioni finali dei profughi e Paesi maggiormente colpiti dalla crisi”.

Altra tensione a causa del dispiegamento dei militari al confine, deciso dalla Slovenia, che “non è un caso isolato nel panorama delle risposte all’emergenza immigrazione e anche Austria e Italia hanno preso decisioni similari” come ha precisato il premier della Slovenia Miroslav Cerar. Lunedì sera il parlamento di Lubiana dopo sei ore di discussione ha approvato con 69 voti favorevoli e solo 5 contrari l’aumento dei poteri dei militari al confine meridionale, ben 800 agenti a sostegno della polizia nei controlli al confine con la Croazia.

In 10mila ammassati lungo il confine tra Grecia e Macedonia
Una situazione che si complica ulteriormente, con segnali di nervosismo anche da parte delle forze dell’ordine elleniche che in mattinata hanno fermato alcuni giornalisti a 3 km dal confine tra Grecia e Fyrom (Macedonia) mentre realizzavano reportage, lì dove da alcuni giorni sono ammassati almeno 10mila profughi. A Kozani, nel nord della Grecia, in 400 sono stati sistemati in una palestra. La polizia intanto nella cittadina di Idomeni ha sgomberato le linee ferroviarie occupate da 200 afghani, mentre altri 300 sono stati respinti dalla Fyrom e nelle prossime ore verranno riportati ad Atene, ma non si sa dove.

Nella capitale ellenica il porto di Pireo, che dallo scorso fine settimana di rifugiati ne ha ricevuti 8mila in arrivo da Chios, Lesbo, Leros e Kos, è di fatto trasformato in un hotspot a cielo aperto, con sulle banchine e nei gate di partenza veri e propri accampamenti di emergenza. Mentre solo una piccola parte è stata alloggiata nel nuovo centro di transito di Schisto, appena realizzato nella regione dell’Attica.

Atene accusa l’Ue: “Austria viola gli accordi”
Ma il timore di frontiere chiuse in Europa aumenta esponenzialmente a causa dei continui flussi di profughi giunti nelle isole del Dodecanneso che, complice il tempo clemente, non cessano. “Ancora una volta – si è sfogato alla televisione pubblica Ert il ministro ellenico per i Migranti, Yiannis Mouzalas – l’Unione Europea ha votato per qualcosa, ha raggiunto un accordo, ma alcuni Paesi cui manca la cultura dell’Unione Europea, Austria inclusa, hanno violato l’accordo meno di dieci ore dopo che era stato raggiunto”. Mouzalas ha poi puntato il dito contro i paesi del gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Slovacchia) i quali, ha rimarcato, non hanno mandato in Grecia una sola coperta per i rifugiati” o “un poliziotto per rafforzare Frontex“. E il rischio che la Grecia assuma lo status di parcheggio per i migranti è stato rimarcato ieri anche dal presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz.

Le opposizioni intanto attaccano il premier Alexis Tsipras, alle prese in queste ore con le delegazioni dei Forconi di Grecia, ancora sul piede di guerra contro la riforma previdenziale: tra il caos di un governo di unità nazionale e le elezioni, dice il liberalconservatore Mytsotakis, preferiscono le seconde.

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