Venivano presi a schiaffi e pugni, maltrattati con manici di scopa e chiavi. Costretti a subire “umiliazioni e vessazioni” e “a giacere per terra e sentirsi calpestati“. Sono le torture messe in atto dai dipendenti della residenza sanitaria per anziani “La Consolata” di Borgo d’Ale, nel Vercellese, nei confronti di pazienti anziani e disabili, arrestati oggi nel corso di un blitz di polizia, carabinieri e guardia di finanza. La maggior parte è stata prelevata sul posto di lavoro mentre altri sono stati raggiunti dai militari nelle proprie abitazioni: per 11 di loro è prevista la custodia cautelare in carcere mentre altri 7 sconteranno la pena ai domiciliari. Un totale di 18 persone arrestate dai militari intervenuti nell’ambito di un’inchiesta per presunti maltrattamenti sugli ospiti della residenza.

“Dietro una facciata di funzionalità si nascondeva un luogo di torture, soprusi e orrori” ha scritto la Questura di Vercelli elencando i maltrattamenti: in alcuni casi i pazienti con disabilità psichica venivano costretti a maltrattare ripetutamente altri pazienti mentre in altri venivano chiusi a chiave nelle loro stanze e lasciati lì nonostante le disperate richieste di aiuto. Finora le vittime accertate sono 12 ma gli episodi di violenza contestati sarebbero oltre trecento. Nel corso delle perquisizioni le forze dell’ordine hanno sequestrato numerosi documenti che serviranno a fare luce sulle pratiche messe in atto nella clinica.

A far scattare le indagini, partite ad agosto dello scorso anno, la denuncia contro ignoti del padre di una delle pazienti ospite della struttura, insospettito dai continui segni di maltrattamenti che scopriva sul corpo della figlia. Il racconto dell’uomo ha spinto le forze dell’ordine, coordinate dal sostituto procuratore di Vercelli Davide Pretti, a monitorare l’attività della casa di cura istallando apparecchiature audio-video.

La Consolata, che accoglie fino a 145 persone divise in 4 nuclei in base alle patologie, ospita anche disabili adulti psichiatrici e malati di Alzheimer  e fa parte della catena di strutture aperte nel Nord Italia da “Mamma Ebe“, fondatrice “dell’Ordine di Gesù Misericordioso”, santona e guaritrice, condannata nel 2008 a sette anni di carcere per esercizio abusivo della professione medica e per truffa ai danni dei pazienti delle sue cliniche che raggirava promettendo guarigione in cambio di ingenti somme di denaro. Arrestata nuovamente, insieme con il marito nel 2010, la sua vita ispirò il regista Carlo Lizzani che girò l’omonimo film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985.