Sarà finanziato anche con i proventi del canone Rai. Che andranno in parte a rimpinguare il nuovo Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione. Da cui si attingerà in futuro per elargire le sovvenzioni pubbliche all’editoria. Ma la legge che lo istituisce nasconderebbe un’insidia. E a farne le spese, alla fine, potrebbero essere i più poveri. In particolare gli ultrasettantacinquenni con un reddito annuo non superiore agli 8.000 euro che la legge di Stabilità ha esentato dal pagamento dell’abbonamento alla tv pubblica. Attingendo, a copertura, proprio alle entrate da canone eccedenti rispetto alla somma necessaria per assicurare il funzionamento della Rai. A lanciare l’allarme, il deputato Giuseppe Brescia, componente in quota Movimento 5 Stelle della commissione Cultura della Camera che martedì ha licenziato la legge istitutiva del Fondo. E che, una volta acquisiti i pareri delle altre commissioni competenti, dovrebbe approdare in Aula a Montecitorio già la prossima settimana.

POVERI PENSIONATI – La questione è delicata e va maneggiata con cautela. Riguarda la copertura finanziaria di una delle entrate che andranno ad alimentare il Fondo. In esso, come stabilisce la nuova normativa, si andrà a riversare una quota, fino ad un massimo di 100 milioni di euro l’anno, “delle eventuali maggiori entrate”, rispetto al fabbisogno di Mamma Rai, “versate a titolo di canone di abbonamento alla televisione”. Una cifra potenzialmente raddoppiata rispetto al tetto massimo di 50 milioni fissato dalla Legge di Stabilità (articolo 1, comma 160, lettera b). Il problema, però, è che il comma 160 della stessa Legge di Stabilità prevede, per gli anni 2016-2018, che i possibili maggiori introiti da canone Rai siano destinati anche ad altri scopi. A cominciare dall’ampliamento, sino alla soglia degli 8.000 euro di reddito annuo, della no tax area ai fini dell’esenzione dal pagamento dell’abbonamento tv a beneficio dei cittadini da 75 anni di età in su. “Ma una volta decurtata la somma destinata al Fondo resteranno risorse sufficienti per evitare che i poveri paghino il canone? E se i soldi non dovessero bastare, a chi verrà data la precedenza, agli editori o ai pensionati al minimo?”, si chiede Brescia, sentito da ilfattoquotidiano.it. “Noi la questione l’avevamo sollevata mettendo in guardia dai possibili rischi che si sarebbero potuti generare – aggiunge il componente della commissione Cultura –. Ma, pur di raddoppiare la quota da canone Rai della torta milionaria che gli editori potranno spartirsi, i partiti sono andati addirittura a mettere mano alle coperture finanziarie della legge di Stabilità”.

METTIAMOCI UNA TOPPA – Insomma, un potenziale pasticcio. Che pure Annalisa Pannarale di Sinistra italiana, proponente di una delle proposte di legge originarie sul tema delle sovvenzioni all’editoria, non sottovaluta affatto. “Stiamo valutando attentamente i possibili effetti della norma per intervenire in Aula, qualora fosse necessario, con un emendamento che salvaguardi l’ampliamento della no tax area a vantaggio dei meno abbienti”, assicura la parlamentare di Si. Sollevando un’ulteriore questione. Oltre che dai maggiori introiti del canone Rai, il nuovo Fondo sarà finanziato anche con altre risorse. Quelle provenienti dai fondi attualmente attivi, dal contributo di solidarietà dello 0,1% del reddito a carico dei concessionari della raccolta pubblicitaria – introdotto peraltro proprio da un emendamento della stessa Pannarale – e dalle sanzioni amministrative comminate dall’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom). “Nel testo base l’importo massimo fino a 100 milioni destinato al Fondo cumulava le maggiori entrate da canone Rai alle sanzioni dell’Agcom – fa notare la deputata di Si –. Poi, un emendamento del relatore (Roberto Rampi del Pd, ndr) ha separato le due voci caricando l’intera somma solo sui proventi degli abbonamenti tv: proporremo in Aula di ripristinare la precedente previsione”.

PRO E CONTRO – Ma i rilievi sollevati non finiscono qui. “Partendo dal presupposto che il M5S è da sempre contrario ad ogni forma di finanziamento all’editoria, considero molto grave la misura contenuta in questa legge che introduce incentivi fiscali per chi farà donazioni ai giornali – accusa Brescia –. Con un effetto ulteriore e altrettanto pericoloso: se qualcuno decidesse di finanziarie per il 50% dei ricavi un giornale che, per l’altro 50%, beneficia di risorse dello Stato, di fatto quella testata sarebbe controllata da due soggetti: uno privato e l’altro pubblico. Che fine farebbe l’indipendenza? Alla faccia del pluralismo”. Poi c’è la questione della gestione del Fondo che, “con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri o del Sottosegretario di Stato delegato, stabilisce annualmente la destinazione delle risorse ai diversi interventi di competenza della Presidenza del Consiglio dei ministri”. Altra norma messa sotto accusa dal M5S. “Perché questo filo diretto tra governo e giornali è solo un modo per controllare l’informazione che contraddice il principio stesso del pluralismo richiamato dalla legge – conclude Brescia –. Se questo fosse stato il vero scopo, sarebbe stato sufficiente varare una legge seria sul conflitto di interessi”.

DUBBI E CERTEZZE – Che il testo sia nel complesso migliorato e ancora migliorabile in Aula rispetto a quello base, si dice certa la Pannarale. Che oltre al contributo dello 0,1% a carico dei colossi della pubblicità – “l’unica fonte certa di finanziamento del Fondo rispetto all’aleatorietà delle altre”, sottolinea – è riuscita ad incassare anche il via libera ad altri emendamenti. Come quello che esclude dalle sovvenzioni pubbliche “tutte le imprese editrici di quotidiani e periodici facenti capo a gruppi editoriali quotati o partecipati da società quotate in borsa”.  Difende in toto la legge, invece, Maria Coscia del Pd, firmataria di un’altra delle proposte di legge originarie sulla materia. “Credo che, nel complesso, sia stato fatto un buon lavoro – assicura –. L’idea di dare vita ad un Fondo unico sull’editoria risponde all’esigenza di garantire il più possibile la migliore informazione e il pluralismo nel Paese”. Orientando il sostegno soprattutto verso “le piccole imprese e che non abbiano finalità di lucro”, attraverso l’apertura alle testate locali, “accompagnando gradualmente i processi di trasformazione in atto” che si traducono nella costante crescita del web e, soprattutto, “sostenendo l’occupazione”. Oltre ad affidare al governo una delega per rivedere la disciplina previdenziale e dei prepensionamenti dei giornalisti.

ORDINE PER FAVORE – Il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, mette invece sotto accusa la delega al governo per “razionalizzare la composizione e le attribuzioni” del Consiglio nazionale. “Hanno approfittato di un provvedimento sacrosanto sul finanziamento all’editoria – argomenta – per inserire una delega, che come tale è sempre molto pericolosa, con la quale si punta a cancellare con tre righe la storia di Guido Gonella (ex ministro e segretario della Dc, primo presidente dell’Ordine dei giornalisti, ndr). E la cosa mi pare, francamente, volgare”. E punta il dito contro l’atteggiamento tenuto da esecutivo e maggioranza in commissione. “Sia il relatore che governo si sono pronunciati contro emendamenti che, ad esempio, condizionavano le elargizioni alle società editrici al documentato pagamento dei giornalisti e non alla mera esibizione dei contratti stipulati che molto spesso non vengono onorati”, prosegue Iacopino. Risultato: “Vincono gli editori che si accingono ancora una volta ad incassare senza alcuna garanzia per la libertà d’informazione”. E ancora: “Si sono anche pronunciati contro un altro emendamento che equiparava, dal punto di vista delle tutele giuridiche, professionisti e pubblicisti – ricorda il presidente dell’Ordine –. Nonostante fosse, in pratica, lo stesso emendamento presentato dal sottosegretario Luca Lotti l’anno scorso: evidentemente gli editori sono riusciti a fargli cambiare idea”. Insomma, conclude Iacopino, si tratta di “una riforma spot molto lontana dalla riforma organica da noi auspicata che non lasci l’accesso alla professione nelle mani degli editori”.

Twitter: @Antonio_Pitoni