Quando sono arrivato a New York la prima volta, una gelida notte del 1959, ho camminato a lungo per la Park Avenue, e la prima immagine è stata forza, grandezza, il fiume di luci rosse delle auto che vanno, il fiume di fari bianchi di auto che vengono, uno splendere di finestre tutte accese, fino a piani altissimi, come non avevo mai visto. Camminando per ore lungo la stessa avenue, le finestre si sono spente, la ferrovia sotterranea, di cui sentivo solo il rombo ritmato sotto i piedi, è diventata sopraelevata che sfiora il terzo o quarto piano delle case con le finestre impolverate e spente. Poche auto, molte ombre, addossate alle case o nella scarsa illuminazione di porte aperte.

Nonostante il gelo c’è un popolo della notte in attesa. Avevo attraversato Manhattan dalla sua ricca zona centrale, ero arrivato fino a “East Harlem”, la zona ispanica, allora porta di ingresso del ghetto nero. Il contrasto era enorme. Non però nella 119 strada verso l’East River, larga, bene illuminata, resa viva da molti negozi con le vetrine accese (quasi tutti alimentari) e un tricolore italiano dipinto su un muro, appena svoltato l’angolo. Nell’unico ristorante aperto (affollato, festoso, voci altissime) sono stato accettato come un alieno raro, “un italiano from Italy”. Lassù si sentivano un avamposto, e mi assicuravano di essere impenetrabili (“qui ci rispettano”) ma anche decisi a tenere ben separati i confini. Sul televisore accesso, si seguivano frammenti di partite di baseball, di boxe, poi notizie del giorno. E così ho appreso che la partita di baseball seguita con furore da tutti, era parte di un campionato internazionale. E ho imparato che l’incontro di boxe, benché fra due americani (uno col nome italiano) era la sfida per un premio internazionale.

E le notizie mi hanno fatto sapere che uno sciopero di Detroit era appena stato proclamato dal sindacato internazionale dell’auto. E così ho capito l’accoglienza, fatta di cordialità e compatimento, dei miei nuovi conoscenti americani. Loro, anche se immigrati di seconda generazione, anche se insediati nella 119 strada di Harlem, si sentivano al centro (il centro di un mondo che comprende tutto, e dove, dunque, ogni evento è internazionale), e io ero il visitatore di una remota periferia che sta “fuori”. La vera divisione non cadeva su italiani-non italiani, ma sul confine America-mondo. Poi c’era la fiera esibizione del loro piccolo, solido benessere di recente classe media, e l’altro confine fisico, quello dentro, profondo, fra bianchi e neri.

Donald Trump 675

Molti decenni dopo mi accorgo che l’indifferenza con cui Trump e Sanders, l’estremista della destra americana e il leader “socialista” di una sinistra che in America non c’è, parlano poco e con scarso interesse degli eventi del mondo, si deve al fatto che il resto del mondo interessa poco sia ai due campioni della destra e della sinistra americana, sia ai loro due diversissimi popoli. È ciò che accade qui che cambia il mondo, pensano i due contendenti e moltissimi americani. Se Hillary Clinton avesse avuto la straordinaria capacità di Emma Bonino di travasare la sua esperienza e conoscenza del mondo nelle vicende del suo Paese, mostrandone lo stretto legame, nelle primarie democratiche, la Clinton sarebbe di gran lunga in testa. Purtroppo, eccetto Trump che sa solo fare spettacolo e lo fa in modo volgare ma, a quanto pare, efficace, ognuno gioca un gioco sbagliato. Sanders attacca Clinton che è una candidata ideologicamente sbiadita ma politicamente forte e in grado di portare alla Casa Bianca almeno la protezione dei diritti umani e civili e la politica estera.

E la Clinton sembra non essersi accorta che questa campagna elettorale richiede toni ben più forti e temi ben più alti. Si direbbe che il lungo silenzio che ha toccato in profondo l’America nel suo aspetto migliore e nel suo lato peggiore, il silenzio sul disagio mai prima sperimentato di avere un presidente nero, è stato uno shock tutt’altro che superato. Sono passati decenni e c’è stata un’incredibile corsa in avanti, organizzazione, vita, tecnologia. Eppure molte frontiere ci sono ancora, anche più radicate. Una è, certo, fra America e mondo. Una è la lunga striscia che divide, anche in modi e situazioni inaspettate, il Paese: la disuguaglianza. Una, la più profonda, è la frontiera, negata o inconscia, fra bianchi e neri. Obama ha governato bene (fino a imporre l’Obama-care per restituire cure mediche ai poveri, fino a risanare l’economia, fino a restituire il lavoro). Ma ha creato una crisi di rigetto impersonata da personaggi politicamente deformi come Trump, da slanci grandi e futili come la campagna elettorale di Sanders, appesa nel vuoto. Poi ci sono, ciascuno contro l’altro, Rubio e Cruz, con nomi impresentabili nell’America dentro, l’America dei fratelli Bundy che reclamano i pascoli dell’Oregon e si presentano armati. Ma tutto serve al grande esorcismo che sono queste primarie: non ci sarà più il presidente nero.

Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2016