Il giorno nero di Banca Etruria è l’11 febbraio. Nel 2015 quel pomeriggio venne commissariata, spalancando le porte alla magistratura, scoperchiando la gestione allegra dei vertici emersa dalle ispezioni di Banca d’Italia e sollevando l’ipotesi di conflitto di interessi per Maria Elena Boschi, figlia del vicepresidente della popolare Pierluigi, a seguito del decreto varato d’urgenza dal governo nel gennaio precedente.

Ieri la vecchia banca è stata dichiarata insolvente dal tribunale fallimentare che ha anche rigettato l’eccezione di incostituzionalità del decreto salva-banche, il procuratore capo Roberto Rossi ha aperto un fascicolo per bancarotta fraudolenta che coinvolge direttamente gli ultimi vertici dell’istituto di credito tra cui Pier Luigi Boschi e, infine, la prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha deciso di non archiviare il procedimento su Rossi, ma di avviare un supplemento istruttorio e chiedere alla Procura generale di Firenze la trasmissione di alcuni fascicoli specifici che hanno coinvolto il padre del ministro e sono passati negli anni dalle mani di Rossi e finiti con la richiesta di archiviazione. Il messaggio di palazzo dei Marescialli al pm toscano è chiaro: indagare Boschi per bancarotta fraudolenta non allenta la nostra attenzione.

Al momento però di indagati non ce ne sono. Rossi ha sulla scrivania il fascicolo aperto per bancarotta fraudolenta che indica come responsabili un generico “ignoti”. Ma dopo la dichiarazione dello stato d’insolvenza della vecchia Etruria ieri da parte del tribunale fallimentare, i nomi che a breve saranno iscritti sono scontati: chi sedeva nel cda di Banca Etruria nel periodo immediatamente precedente al commissariamento, disposto dal ministero dell’Economia su proposta di Banca d’Italia l’11 febbraio 2015. Quindi il presidente Lorenzo Rosi, i vicepresidenti Alfredo Berni e Pier Luigi Boschi, il consigliere d’amministrazione Luciano Nataloni. La sentenza d’insolvenza emessa ieri dai giudici del fallimentare Antonio Picardi e Paolo Masetti, presieduti da Clelia Galantino, potrebbe spingere il magistrato a indagare anche i precedenti amministratori, includendo i componenti dei Cda che si sono susseguiti dal 2013 e il padre del ministro Maria Elena Boschi sedeva alla popolare come consigliere dal 2011.

I legali di Rosi, Michele Desario e Antonino Giunta, hanno annunciato l’impugnazione in appello della decisione del tribunale fallimentare ma il testo della sentenza non sembra lasciare alcun margine a interpretazioni soggettive. Accogliendo la richiesta d’insolvenza presentata dal commissario liquidatore, Giuseppe Santoni, il giudice, in quindici pagine che il Fatto ha potuto leggere, smonta punto per punto la difesa dell’ultimo presidente incentrata sull’accusa a Palazzo Koch. Rosi, si legge, ha “contestato sia l’attendibilità dei dati elaborati da Banca d’Italia, in quanto sviluppati all’esito di una valutazione meramente provvisoria, sia la legittimità dei provvedimenti da questa adottati. Senonché si deve considerare come alla Banca d’Italia l’ordinamento attribuisca un’ampia discrezionalità tecnica, che non può essere, dunque, oggetto di sindacato giurisdizionale se non nei limiti della irrazionalità, irragionevolezza e travisamento dei presupposti di fatto”. Che non sono ravvisati. “Né questo giudice né le banche, soggetti vigilati, possono sostituire le loro valutazioni a quelle della Banca d’Italia, in termini di rischio del credito, liquidità della banca, stabilità del sistema”. Infine, la sentenza, passa in rassegna le rivendicazioni di Rosi sullo stato di salute della banca e del tentativo di salvarla con l’aumento di capitale.

Definite “argomentazioni generiche e inconferenti”. Perché, spiega tra l’altro il giudice, “gravissima si presentava, al momento della risoluzione, anche la situazione di liquidità della banca, per effetto dei deflussi di fondi operanti della clientela (…). È incontestato, infatti, che il saldo netto di liquidità, diminuito di 288 milioni da inizio ottobre, fosse, al 18.11.2015, di soli 335 milioni, con conseguente incapacità della banca di continuare a operare nel comparto creditizio”. Dunque “pienamente provato deve ritenersi lo stato di insolvenza di Banca Etruria al momento dell’avvio della procedura di risoluzione”.

La sentenza ieri mattina è stata depositata alle 10:30 e dopo venti minuti era già nel fascicolo per bancarotta fraudolenta da Rossi. Contemporaneamente, a Roma, la prima commissione del Csm si occupava del magistrato e decideva di chiedere ulteriore documentazione in merito al suo operato da procuratore. Due fascicoli in particolare dei 10 in cui Pier Luigi Boschi è stato indagato o coindagato dalla procura aretina. Uno relativo all’acquisto dei terreni dall’Università di Firenze con la società Dorna. Un secondo, avviato nel dicembre 2014 e ancora aperto seppure il pm titolare abbia chiesto l’archiviazione, inerente il mancato versamento di contributi per alcuni dipendenti della cooperativa agricola del Valdarno di cui fino al 2014 Boschi era presidente.

Da Il Fatto Quotidiano del 12/02/2016