Una biblioteca nella quale non si sfogliano pagine di carta, ma si selezionano “libri umani“, appartenenti a minoranze, vittime di pregiudizi e generalizzazioni. Si chiama Biblioteca vivente e lì dentro il lettore non legge i libri, ma ci parla, sedendosi a un tavolo per mezz’ora. Ogni storia fa parte di un catalogo di titoli, custoditi da bibliotecari dedicati. Esiste anche nel carcere di Bollate e questa esperienza ha dato ora vita a un libro, questa volta vero, di carta. Si intitola Biblioteca Vivente: narrazioni fuori e dentro il carcere. E’ una raccolta di racconti e di saggi – pubblicata a cura dell’associazione ABcittà – a firma di scrittori emergenti e giornalisti, che è il risultato di un progetto di inclusione che ha coinvolto i detenuti del carcere di Bollate. A firmare il libro Gianni Biondillo, Stefania Arru, Matteo Ferrario, Paola Meardi, Massimiliano Maestrello, Martina Fragale, con contributi critici di Cristian Zanelli e Ulderico Maggi.

La prima Biblioteca Vivente è nata nel 1993 in Danimarca, come reazione di una onlus a un episodio di discriminazione razziale. A riassumere il metodo lo slogan “Non si giudica un libro dalla copertina”. Riconosciuta dal Consiglio d’Europa come “buona prassi interculturale”, ha l’obiettivo di favorire l’incontro tra persone di diversa età, sesso, stili di vita, background culturale, stimolando il racconto del vissuto negli spazi di una particolare biblioteca interattiva di “libri a cuore battente”. Per il lettore che si siede a parlare con il “libro vivente”, l’unica raccomandazione è di lasciare a casa timidezze e tabù. Vale la pena sentirsi liberi di fare domande sulla vita e le esperienze di chi si ha di fronte, sfruttando l’opportunità di parlare con persone che raramente si possono incontrare negli spazi della vita quotidiana. 

L’idea è stata rielaborata a Milano dalla cooperativa sociale ABCittà che l’ha adattata a numerosi contesti, pubblici e tematici. Diverse realtà, stesso obiettivo: contrastare gli stereotipi e i pregiudizi sociali attraverso lo strumento più di ogni altro adatto a superare barriere fisiche e mentali. Ovvero la narrazione. La pubblicazione del volume, così, è l’ultimo risultato di un progetto che fin dal 2011 coinvolge minoranze sociali di diverso tipo: dai rom ai migranti, da pazienti di strutture psichiatriche a persone che soffrono condizioni di marginalità. Nell’ultima edizione a cadere sono state le sbarre del carcere, coinvolgendo 60 detenuti e attirando un pubblico di diverse centinaia di cittadini.

“Così la detenzione diventa anche e soprattutto un’esperienza di senso: sia per chi la vive ‘da dentro’ che per chi la percepisce dall’esterno” spiega lo scrittore Gianni Biondillo. “Si aprono spontaneamente canali di comunicazione profondi – prosegue – e alla potenza dei preconcetti si sostituiscono le sfumature dei vissuti. Quando il lettore prende in mano una storia capisce che sta prendendo in mano una vita”. Julian, detenuto a Bollate dal 2010, è il “titolare” della storia Da bullo a secchione: dalle leggi della strada ai banchi dell’Università Statale di Milano. “Ne sono nati incontri molto toccanti, spesso gioiosi – racconta – a volte accompagnati da qualche lacrima. In fondo il nostro desiderio è solo quello di potervi dimostrare che siamo come voi”.

A celebrare il successo dell’iniziativa è anche il direttore del penitenziario, Massimo Parisi: “Biblioteca Vivente è stata una delle esperienze più significative sperimentate dalla nostra realtà carceraria. Mai come in questo caso si è riusciti a mettere in comunicazione mondi distanti. Si è davvero dimostrato che è possibile smettere di identificare una persona con gli errori che ha commesso e proprio nell’ambiente in cui il peso dei pregiudizi è più rilevante”.