Lui giura di non sentirsi ‘dimezzato’ dall’arrivo a Palazzo Chigi di Tommaso Nannicini, il già consigliere economico di Matteo Renzi promosso, con l’ultimo valzer di poltrone nell’esecutivo, a sottosegretario alla presidenza del Consiglio (seguirà l’attuazione del Jobs Act per i lavoratori autonomi). Anzi, “con Tommaso ho un meraviglioso rapporto di collaborazione, mi fa piacere lavorare con i giovani bocconiani ‘dal volto umano’”. Né gli importa, pare di capire, di aver perso di punto in bianco la delega alla famiglia. Trasferita nelle mani del neo ministro per gli Affari regionali, l’alfaniano Enrico Costa. Che dovrebbe occuparsi di rapporti fra Stato e Regioni. Il tutto pochi giorni prima del Family Day e dell’approdo nell’Aula di Palazzo Madama del discusso ddl Cirinnà sulle unioni civili. Fosse successo nella vituperata prima Repubblica, sarebbero magari seguite dimissioni clamorose per il drastico ridimensionamento. Ma l’ipotesi non sembra nemmeno sfiorare Giuliano Poletti, uscito più malconcio di tutti dai recenti cambiamenti nella squadra di governo. Lui, il ministro del Lavoro, tira dritto come se nulla fosse. Ieri, per dire, approfittando dell’ospitalità sulle pagine di Repubblica, ha provato a dirottare l’attenzione sulla sua ultima fatica. “Una riforma che – ha affermato – vale almeno quanto il Jobs Act”: un reddito minimo di 320 euro al mese per un milione di poveri con minori a carico.

ANDAMENTO LENTO – Insomma, la versione ‘smart’ del reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle. Certo è, almeno a sentire i maligni, che la scelta del presidente del Consiglio di ridimensionare ruolo e poteri del suo ministro del Welfare non sembra del tutto casuale. Il motivo? Renzi ha fatto della questione del lavoro uno dei punti salienti della sua agenda di governo ma finora, nonostante i ‘cambiamenti epocali’ annunciati con il Jobs Act (che “sta fallendo nei suoi obiettivi principali”, cioè “promuovere l’occupazione e ridurre la quota di contratti temporanei e atipici”, come ha recentemente rivelato un rapporto di Isi Growth), i numeri della ripresa sono timidi. Nel 2015 sono stati creati circa 115 mila nuovi posti. Ai quali vanno aggiunte le 388 mila trasformazioni da contratti a termine e le 80 mila da apprendistato che però non possono essere considerate come “nuove assunzioni”. Un po’ poco se si considera l’esercito di quasi 7 milioni di persone in cerca di un impiego in giro per l’Italia. La colpa, certo, non è tutta di Poletti. Ma qualcuno dovrà pur risponderne. E il ministro del Lavoro sembra il capro espiatorio perfetto. Anche tenuto conto della lunga serie di gaffes e scivoloni che non hanno certo fatto bene alla sua immagine. A cominciare dal rapporto conflittuale con i numeri, che ad agosto dell’anno scorso gli costarono anche una figuraccia, quando lo stesso ministero del Lavoro fu costretto a correggere i dati sul numero dei nuovi contratti stipulati grazie al Jobs Act: quelli su cessazioni, collaborazioni e apprendistato erano stati calcolati male. Risultato: numeri ridimensionati da 630 mila a 327 mila nei primi sette mesi del 2015.

SENZA GARANZIA – Per non parlare di quella imbarazzante foto che lo ritrae a cena con Salvatore Buzzi, quello che i pubblici ministeri che indagano su ‘Mafia Capitale’ hanno definito come il “braccio destro imprenditoriale” di Massimo Carminati. Banchetto al quale parteciparono, fra gli altri, anche l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, più alcuni esponenti del Pd romano. “Sono stufo di essere tirato in ballo per quella foto del 2010 – si è più volte sfogato Poletti –. Come presidente della Lega coop partecipavo a migliaia di iniziative e non potevo conoscere tutti coloro che incontravo”. Uno scatto inopportuno, insomma, ma non solo. Perché a pesare sulla gestione del ministero del Lavoro nell’era Poletti c’è soprattutto la questione legata a Garanzia Giovani, il piano europeo di contrasto alla disoccupazione giovanile che in Italia si sta rivelando un autentico fallimento. Nonostante gli 1,5 miliardi di euro, un quarto dei sei totali, che Bruxelles ha stanziato per il nostro Paese. Con stagisti e tirocinanti che si ritrovano senza stipendio per mesi e il ministero di via Veneto che ammette: “I tempi non sono quelli di un’impresa”. Proprio così. Sta di fatto che molti dei giovani iscritti al programma (944 mila secondo l’ultimo report, di cui poco più della metà presi in carico dai centri per l’impiego) stanno rinunciando. Una vicenda sulla quale anche lo stesso Renzi è stato costretto ad ammettere che le cose non stanno filando lisce come dovrebbero. Per non parlare, poi, dell’uscita che ha fatto tornare in mentre ‘illustri’ predecessori dell’attuale ministro del Lavoro. Ultima in ordine di tempo Elsa Fornero. “La laurea a 28 anni con 110 e lode? Non serve a niente, meglio a 21 con 97”, ha detto Poletti nel corso di una convention a fine novembre. Apriti cielo, una pioggia di polemiche. Tanto che il ministro è stato costretto a correggere il tiro: “Non ho mai pensato che i giovani italiani siano ‘choosy’ o ‘bamboccioni’”. Ma si sa: a volte la toppa è peggio del buco. E gli avversari non hanno mai mancato di farglielo pesare.

BERSAGLIO GROSSO – Anche in queste ore le frecciate si sprecano. Nonostante il rimpasto che lo ha ridimensionato, Poletti continua infatti ad essere uno dei bersagli prediletti delle opposizioni. “Evidentemente lo zelo con il quale il ministro del Lavoro, che è stato leader della cooperazione, ha affossato lo Statuto dei lavoratori abbattendo l’articolo 18 non ha pagato”, ironizza il capogruppo alla Camera di Sinistra Italiana Arturo Scotto. “La delega alla famiglia è stata affidata ad un ministro del Nuovo centrodestra per ammiccare al popolo del family day mentre è in discussione il disegno di legge sulle unioni civili – prosegue –. Allo stesso tempo il Jobs Act è finito direttamente in mano ad un sottosegretario, già consigliere economico del premier, di stretta fiducia di Renzi”. Insomma, conclude Scotto, “Poletti è ormai un ministro dimezzato”. E che esce “sicuramente indebolito da questo rimpasto” anche per Jole Santelli (Forza Italia), ex sottosegretaria al Lavoro del governo di Enrico Letta. “Quello che colpisce – aggiunge la deputata di Fi – è il fatto che ancora una volta Renzi accentri su Palazzo Chigi la gestione dei dossier più spinosi, come il Jobs Act, nominando un fedelissimo come Nannicini e spostando Teresa Bellanova allo Sviluppo economico. È la testimonianza di un’evidente mancanza di fiducia nel suo ministro del Welfare”. Ormai dimezzato e sempre più in ribasso.

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