Dal primo febbraio è possibile richiedere all’Inps il contributo 2016 per pagare l’asilo nido o la baby sitter come alternativa alla fruizione del congedo parentale. Possono, infatti, richiederlo le mamme lavoratrici che, terminato il periodo di congedo obbligatorio, rientrano subito al lavoro non avvalendosi della maternità facoltativa. Il bonus ammonta a un massimo di 600 euro al mese e può essere richiesto per un massimo di 6 mesi per l’acquisto di servizi di baby-sitting o per il pagamento dei servizi per l’infanzia. Ma, in caso di lavoro part time, l’importo viene ridotto in misura proporzionale all’orario. (Nella tabella si possono vedere gli importi, a seconda della percentuale di part-time e dei mesi richiesti).

In attesa che il Jobs act degli autonomi approvato dal Consiglio dei ministri approdi in Parlamento, restano escluse dal bonus le lavoratrici autonome e le imprenditrici. Anche se, infatti, la legge di Stabilità 2016 ha esteso anche a loro il beneficio (prevedendo anche un’ulteriore dotazione di 2 milioni di euro), manca il decreto interministeriale per stabilirne modalità e criteri di accesso. Per ora si sa solo che il tempo massimo per cui si potrà richiedere è di soli tre mesi.

Particolare attenzione va prestata al fattore tempo: non ce n’è molto a disposizione per pensare se tornare al lavoro per 600 euro al mese, lasciando il figlio al nido o a casa con la baby sitter, tra le possibili pressioni del datore di lavoro e il pensiero che con il congedo parentale si riceve solo il 30% dello stipendio. Così, anche se le domande possono essere presentate fino al 31 dicembre 2016, a poter infrangere le speranze delle mamme è una clausola prevista dalla misura: l’esaurimento dei fondi a disposizione per finanziare il bonus. E per il 2016 ammontano a 20 milioni di euro.

Si tratta, quindi, di una corsa contro il tempo? Piuttosto una corsa ad ostacoli. Introdotto in via sperimentale dalla legge Fornero nel triennio 2013-2015, il voucher non ha riscosso subito il successo che si pensava e che si registra negli altri Paesi europei dove il mix di interventi messi in campo da decenni, in grado di incentivare la natalità e il lavoro femminile, si basa proprio negli aiuti per la cura dei bambini. Il ministero del Lavoro ha, quindi, modificato alcune caratteristiche troppo limitanti e, soprattutto, è stata avviata una campagna mediatica in grado di far conoscere a tutte le mamme questo strumento.

Così dalle 3.762 domande del 2013 (se ne sarebbero potute finanziare 11 mila), si è passati al quasi esaurimento del fondo nel dicembre 2014 (6.829 domande in totale) fino al sold out registrato nel 2015 con il plafond a disposizione (sempre 20 milioni di euro) che si è esaurito a metà dicembre. È stato l’Inps a comunicarlo con un messaggio (n.7402/2015) che, tuttavia, non è bastato a stemperare le polemiche scaturite sulla possibile discriminazione nell’accettazione temporale delle domande, dando quindi la precedenza a chi è stato più veloce e non alle mamme la cui situazione reddituale era peggiore.

Fatto sta che le modalità non sono cambiate, così come il canale web continua a essere l’unico disponibile per le richieste. I genitori devono accedere al sito dell’Inps con il proprio Pin e fare richiesta. Altrimenti è possibile farsi aiutare dai Caf, anche perché – nella compilazione della domanda – subito dopo i dati anagrafici viene richiesto l’Isee (l’indicatore della situazione economica equivalente).

Rispetto alla modalità di erogazione, se il bonus verrà utilizzato per pagare la retta dell’asilo nido è necessario che il bambino sia già iscritto alla struttura accreditata prima di presentare la domanda. E in questo caso sarà la stessa Inps a pagare direttamente la struttura prescelta. Mentre nel caso si optasse per il voucher baby-sitting, sarà la mamma a dover ritirare i buoni lavoro (valgono 10 euro e comprendono la contribuzione in favore della Gestione separata dell’Inps (13%), l’assicurazione all’Inail (7%) e un compenso all’Inps per la gestione del servizi).

I numeri, anche se quelli ufficiali del 2015 ancora non ci sono, continuano a mostrare che questo voucher non viene usato dalle lavoratrici del settore pubblico che preferiscono continuare a scegliere la maternità obbligatoria, probabilmente anche perché non subiscono pressioni dai datori di lavoro.