Ieri, grazie alla recente estensione del campione Auditel, ci siamo tolti lo sfizio di verificare i gusti televisivi degli “stranieri stabilizzati”, cioè di chi sta in Italia da qualche tempo e si è sistemato abbastanza da disporre, nell’ordine, di reddito, casa, televisore tanto da poter ospitare il bussolotto registra-ascolti detto meter.

Basta questo a dire che si tratta sì di immigrati, ma di un conio speciale che potremmo definire di ceto medio, e che l’auditel nulla ancora ci dice della tv preferita invece da chi vive nelle baracche, nei centri di assistenza e controllo o nelle non patrie galere.

Quanto sopra premesso, dall’analisi dei dati è saltata fuori una forte predisposizione dei “sostanzialmente italiani anche se ancora iscritti come stranieri” per il mondo estetico ed etico di Canale 5. E qui, apriti blog, sono arrivati alcuni commenti costernati per la scarsa qualità culturale degli immigrati (“guarda chi ci tocca accogliere!”), che si pascono della favolistica de’ Il segreto e della frenesia auto espositiva coltivata da Maria de Filippi.

A guardar bene sono opinioni che, costernandosi per i gusti degli immigrati cetomedizzati, se la prendono in realtà con gli italiani cui somigliano. Il che ci fa pensare che una delle cause che possono rendere difficili i processi di integrazione fra noi, gli “italiani”, e gli altri, gli “stranieri”, sta nel fatto che, innanzitutto, non ci sopportiamo tra noi. Del resto che le propensioni di tipo televisivo le stiamo adoperando da decenni per tracciare le famose righe per terra: di qua chi cerca la declinazione di “valori”, di là chi afferra i trastulli del consumo; in quel cantuccio chi degusta la cultura codificata, in quell’altro ancora gli Andy Warhol de’ noantri che sdilinquiscono per ogni lattina di birra dai colori fichi; e si potrebbe continuare a delimitare paesini e paeselli che ciascuno vorrebbe estendere a funzioni di patria non accettando che la patria sia invece proprio il patchwork che raccoglie insieme il tutto, nonostante le più disturbanti disarmonie di colore di quelle tante pezze a malapena cucite insieme.

Per chi dubitasse del quadro testé proposto, ricordiamo che perfino, e forse innanzitutto, la decennale opposizione, anche televisiva, fra berlusconiani e anti berlusconiani si è presentata come un contrasto antropologico (che implica la incapacità autentica, senza alcuna malafede, di guardare il mondo – e figuriamoci la tv – con gli occhi degli “altri”), e che su quello spartiacque si ruppero amicizie e legami parentali.

Siamo ancora a quel punto? In qualche misura pare di sì e le tracce di settarismo televisivo che percepiamo starebbero a dimostrarlo. Ma può darsi che i decenni trascorsi abbiano evidenziato il ridicolo delle reciproche scomuniche. Ne va di mezzo, ovviamente, la nostra salute mentale, prima ancora che la riuscita del melting pot culturale verso il quale i sopraggiunti ci hanno da tempo avviati.