Dopo gli attentati del gennaio 2015, i media francesi andarono subito a scavare nel passato di Amedy Coulibaly, autore del massacro all’Hyper Cacher, rimasto ucciso lì durante l’assalto delle teste di cuoio. Ebbene, quel giovanotto di periferia, di origini africane, era rimasto fino a un certo punto solo un delinquente come altri: a suo carico c’erano solo reati comuni di piccola taglia e una serie di andirivieni fra il carcere e la libertà. Ma nel 2005 a Fleury-Mérogis, il più grande carcere della regione di Parigi (e di tutta l’Europa), Coulibaly aveva incontrato Djamel Beghal, ex esponente del Gia, la brigata islamica integralista algerina. La sua vita era cambiata: si era “radicalizzato”. Proprio analizzando i percorsi di Coulibaly e di altri jihadisti, le autorità francesi hanno capito che le carceri sono diventate uno strumento di affiliazione e di propaganda per l’integralismo. Bisognava intervenire.

Dopo una lunga fase di preparazione, proprio oggi (lunedì 25 gennaio) sono state aperte due unità specifiche per carcerati radicalizzati (sia già condannati che in attesa di giudizio). L’obiettivo è separarli dagli altri, per impedire la “contaminazione”. Ma si vuole anche analizzarli, valutarli e soprattutto cercare di allontanarli dal credo jihadista. A più riprese dal ministero della Giustizia si è espressa la volontà di non creare dei “Guantanamo alla francese” e di voler lasciar aperta la porta anche a un possibile recupero.

Le due unità appena inaugurate si trovano a Osny, non lontano da Parigi, e a Lilla, nel Nord. A fine marzo altre due apriranno i battenti proprio all’interno di Fleury-Mérogis e una quinta a Fresnes, ancora non lontano da Parigi, che in realtà era già attiva dal 2014 a livello sperimentale. Ogni unità potrà accogliere una ventina di carcerati. Ma come individuarli? “Non sarà sufficiente avere un tappetino per la preghiera e una copia del Corano nella propria cella, per diventare un pericoloso proselita”, ha sottolineato nei giorni scorsi Géraldine Blin, responsabile della lotta alla radicalizzazione per tutta l’amministrazione penitenziaria francese. Per scovare i detenuti da isolare nelle unità, verranno utilizzati soprattutto gli agenti che già rappresentano una sorta di intelligence all’interno del sistema carcerario: sono attualmente 159 ma tra pochi mesi diventeranno già 180 (contro i 70 appena che si contavano nel 2012). A gestire le unità, invece, personale interno, che è stato formato ad hoc negli ultimi mesi: un centinaio di persone, compresi anche psicologi.

Questi detenuti “speciali” vivranno in celle individuali ma avranno l’obbligo di seguire quattro mezze giornate alla settimana di un programma intensivo, che comprende incontri con vittime del terrorismo, jihadisti pentiti e politologi. Si andrà avanti per sei mesi, al termine dei quali si valuterà chi potrà ritornare con i delinquenti comuni e chi invece dovrà restare lì isolato dagli altri. Già c’è chi critica, ovviamente, il nuovo sistema, giudicandolo insufficiente rispetto alle necessità, dato che si valutano fra i 700 e i 2mila i detenuti già radicalizzati.

Intanto, proprio in questi giorni decollerà una nuova misura di prevenzione delle derive integraliste. Un altro dei fenomeni riscontrati è l’apparire di casi di persone con simpatie jihadiste nelle amministrazioni pubbliche. Samy Amimour, uno dei kamikaze del Bataclan, ad esempio, era stato autista della Ratp, la società di trasporto pubblico di Parigi. Ebbene, una nuova legge ora in discussione in Parlamento (e che sarà discussa domani, martedì, in seconda lettura al Senato), prevede l’introduzione di “deontologi” per la lotta alla radicalizzazione nell’amministrazione dello Stato. Si tratterà di dipendenti che riceveranno un’apposita formazione. E che dovranno raccogliere le segnalazioni di colleghi con comportamenti strani e decidere di volta in volta come affrontarli. Saranno i grandi ospedali, innanzitutto, ad avere i loro deontologi anti-jihad, ma progressivamente si estenderà la pratica anche ad altri contesti. Proprio nella Ratp, a Parigi, sono stati segnalati diversi casi di autisti che non vogliono rivolgersi alle donne che salgono nell’autobus. Perché, secondo loro, l’Islam non lo consente.

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