La proposta di legge per l’introduzione nel codice penale italiano del reato di tortura si è fermata a un tweet. Quello scritto dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, l’8 aprile 2015. Il giorno dopo la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova. La “macelleria messicana”, come la definì uno degli agenti che la notte del 21 luglio 2001 fecero irruzione nella Diaz. “Quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in Parlamento con il reato di tortura”, diceva nove mesi fa Renzi rispondendo in 140 caratteri all’ex leader dei no-global Luca Casarini. “Questa – aggiungeva – è la risposta di chi rappresenta un Paese”. Peccato che ad oggi quella risposta non sia ancora arrivata. Anzi: c’è seriamente il rischio che non arrivi mai. Perché il provvedimento, già approvato in prima lettura sia dal Senato sia dalla Camera fra marzo 2014 e aprile 2015, è attualmente arenato nelle secche della commissione Giustizia di Palazzo Madama presieduta da Francesco Nitto Palma (Forza Italia). Di più: “È addirittura scomparso dall’ordine del giorno della stessa commissione”, denuncia a ilfattoquotidiano.it il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. Proprio così. Nel silenzio del premier e del ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

SENZA TRACCIA – Una circostanza singolare. Soprattutto per chi, come Renzi, ha fatto dei diritti civili un cavallo di battaglia. Aggiunge Gonnella: “Dopo la condanna per il caso di Arnaldo Cestaro (il manifestante più anziano torturato alla Diaz che con la sua denuncia ha portato alla punizione da parte di Strasburgo, ndr) sono accaduti due fatti a mio avviso molto gravi”. Per prima cosa, a maggio dello scorso anno, “la commissione Giustizia di Palazzo Madama ha audito in maniera ‘informale’ tutti i capi delle forze di polizia e i vertici dell’Associazione nazionale magistrati, senza però produrre un resoconto di quanto è stato detto – dice il presidente di Antigone –. Chi c’era racconta di un’Anm favorevole al varo di questa misura, mentre le forze dell’ordine si sono dette contrarie chiedendo che il testo uscito dalla Camera fosse modificato”. Detto, fatto. Così “la proposta di legge, che già non era perfettamente in linea con i dettami della Convenzione Onu del 1984, è stata stravolta: il reato di tortura è diventato generico, un pannicello caldo senza alcuna valenza reale”, attacca Gonnella. L’aspetto più controverso è la reintroduzione del plurale quando si parla delle violenze. Tradotto: “Per configurarsi il reato di tortura i maltrattamenti perpetrati nei confronti di un soggetto devono essere plurimi, un solo episodio non basta – spiega Gonnella –. Un fatto paradossale e inaccettabile”.

CORSI E RICORSI – Non è tutto. Perché quella di Cestaro, che è stato risarcito con 45 mila euro dallo Stato italiano per le violenze subite nel 2001, non è una vicenda isolata. Altre cento persone, infatti, attendono il pronunciamento di Strasburgo per le violenze subite alla Diaz e alla caserma Nino Bixio di Bolzaneto, l’altro teatro dei pestaggi al tempo del G8 di Genova. Per evitare l’ennesima condanna, il 9 gennaio scorso il ministero degli Esteri, per conto del governo, ha proposto ai ricorrenti una “conciliazione amichevole”: 45 mila euro a testa di risarcimento dei danni morali subiti per gli abusi commessi a Bolzaneto. “Un’altra circostanza gravissima”, commenta Gonnella. “Di fatto, il governo propone di monetizzare le violenze, così com’è già avvenuto a novembre 2015 per casi analoghi avvenuti nel carcere di Asti, per paura che una nuova condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo porti con sé l’ennesimo richiamo a varare una legge che introduca anche in Italia il reato di tortura. Spero che Renzi e Orlando intervengano in prima persona – conclude il presidente di Antigone –. Solo loro possono sbloccare questa impasse”.

PER COLPA DI CHI – Ma le responsabilità non sono soltanto dei soggetti indicati da Gonnella. Infatti c’è dell’altro, come testimoniano le parole del senatore Felice Casson (Pd). “Purtroppo ciò che sta accadendo non mi sorprende”, dice amareggiato. “Da tre legislature – ricorda l’esponente dem – Camera e Senato provano a mandare in porto un simile provvedimento, senza mai riuscirci”. La colpa? “Principalmente dei partiti di centrodestra”, risponde. “In passato erano soprattutto gli esponenti di Alleanza Nazionale ad opporsi fermamente a questa legge” mentre “oggi, con alcune eccezioni, il testimone è passato ai gruppi di quell’area presenti in Parlamento, compresa la Lega Nord, i quali pensano che si tratti di una norma punitiva nei confronti delle forze dell’ordine”. Invece “non è così”, argomenta l’ex magistrato. Che ci tiene a sottolineare come “il problema sia prima di tutto etico: chi lavora in nome e per conto dello Stato deve avere a cuore il bene delle persone, e chi sbaglia deve pagare – conclude –. Se ci sono delle mele marce è giusto sanzionarle altrimenti le conseguenze ricadranno anche su chi svolge i propri compiti rispettando le regole”. Non tutti però la pensano allo stesso modo. “Il testo approvato dalla Camera mette in serio rischio il lavoro delle forze dell’ordine e può avere effetti devastanti”, dice a ilfattoquotidiano.it il senatore ex Nuovo centrodestra, Carlo Giovanardi. “Spacciare per tortura casi come quelli di Cucchi, Uva o Aldrovandi – prosegue – stravolge completamente le finalità di una norma che invece deve indicare fattispecie chiare ed equilibrate”. Insomma, le posizioni appaiono distanti. Chissà che alla fine questo non diventi il pretesto per chiudere il provvedimento nel cassetto. Ancora una volta.

Twitter: @GiorgioVelardi