Petrolio, risorsa e maledizione. In Italia le risorse sono scarse e difficili da estrarre, l’autonomia una chimera e il prezzo è sceso a meno di 30 dollari al barile. A chi conviene, allora, continuare a estrarre? Nonostante il mercato fluttuante e l’incertezza di poter recuperare l’investimento continuano a fioccare istanze di ricerca da parte delle società. Per una questione strategica, “ma soprattutto – dicono gli ambientalisti – per le condizioni fiscali troppo favorevoli ai petrolieri”. A cui si aggiungono procedure semplificate, leggi titolo unico concessorio. È vero che Stato e Regioni incassano le royalties, ma sono tra le più basse al mondo. Pochi gli enti che ci guadagnano e, spesso, non sono in grado di investire sul futuro. Come è accaduto in Basilicata, il Texas dell’Italia. E culla del referendum anti-trivelle a cui la Corte costituzionale ha appena dato il via libera. Oggi la produzione nazionale di petrolio arriva al 9,9 per cento del consumo annuale e si è passati dagli 80 pozzi del 1991 ai 18 del 2014. Eppure i giacimenti possono rimanere in piedi per anni e le tecniche di ricerca sono tutt’altro che innocue, almeno a sentire gli ambientalisti. Che si chiedono non solo chi ci guadagna, ma anche chi ci perde.

ROYALTIES FERME AL 10% – Per poter estrarre idrocarburi le società petrolifere devono pagare somme di denaro sotto forma di royalties, che sono legate all’andamento di mercato: se il prezzo del petrolio si abbassa, cala anche il loro gettito. Nel dossier ‘Figli di un dio minore’, il Wwf ha confrontato le royalties italiane con quelle previste in Croazia, dove i petrolieri pagano quasi cinque volte di più. In Italia dal 2010 per le estrazioni in terraferma la royalty è del 10% su petrolio e gas, mentre in mare dal 2012 ci sono due diverse aliquote: 10% per il gas e 7% sul petrolio (in Croazia è del 10). Negli altri Paesi? Per l’oro nero si va dal 25% della Guinea alle tassazioni sugli utili dei petrolieri vicine all’80% chieste dalla Norvegia.

LA CONVENIENZA DELLE FRANCHIGIE – Altra agevolazione sono le franchigie. Le società non pagano nulla se producono meno di 20mila tonnellate di petrolio su terra e meno di 50mila in mare. Ma rivendono tutto a prezzo pieno. E se si superano le soglie, ecco che scatta un’ulteriore detrazione di circa 40 euro a tonnellata. Morale: il 7% delle royalties viene pagato solo dopo le prime 50mila tonnellate di greggio estratto e neppure per intero. “Sistema comodo per le società, che possono mantenere in vita impianti da cui producono quantità modeste di petrolio”, spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Boraschi, responsabile della Campagna Energia e Clima di Greenpeace. “Smantellare costa di più – aggiunge – meglio continuare a produrre anche poco, sotto la soglia della franchigia, senza pagare le royalties”. In Italia, inoltre, sono esentate dal pagamento le produzioni in regime di permesso di ricerca. “Se avessimo portato le royalties al 50%, nel 2014 avremmo avuto un gettito di 1,9 miliardi, invece dei 401,9 milioni”, ha spiegato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, commentando un recente studio sugli aiuti ai combustibili fossili.

CHI GUADAGNA CON I SOLDI DEI PETROLIERI – Secondo i dati del Mise, nel 2015 (per la produzione del biennio 2013-2014) otto società hanno versato 340 milioni di euro: 218 l’Eni, circa 94 la Shell. Ma chi ne beneficia? Alle Regioni sono andati 159 milioni, il resto al Fondo di sviluppo economico e social card (76 milioni), allo Stato (50), all’Aliquota Ambiente e Sicurezza (27) e, infine, ai Comuni (26). Tra le otto Regioni destinatarie al primo posto c’è la Basilicata, nelle cui casse sono entrati 142 milioni. A seguire Emilia Romagna (circa 7 milioni) e Calabria (6 milioni). Le Marche hanno ricevuto appena 64.763 euro, nonostante 8 permessi di ricerca e 19 concessioni di coltivazioni solo su terra. Altre regioni non guadagnano nulla. In Lombardia, ad esempio, con 17 concessioni di coltivazione di metano e 15 permessi di ricerca, nel 2014 non è stato incassato neppure un euro. Come mai, allora, la Regione che ha ricevuto più soldi è capofila nel referendum anti-trivelle? In Basilicata c’è il giacimento di petrolio più grande d’Europa: negli ultimi 15 anni alla Regione sono stati erogati quasi 1,3 miliardi di euro, di cui 225 milioni ai sei comuni della Val d’Agri. È Viggiano (Potenza) quello che ha ricevuto di più: 16 milioni.

BASILICATA: MILIONI ALL’UNIVERSITÀ MA I GIOVANI VANNO VIA – A Viggiano si trova il Centro Oli Eni coinvolto in uno dei filoni della maxi-inchiesta della Dda di Potenza: i reati contestati sono traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Nel registro degli indagati 37 persone, tra cui dipendenti Eni, imprenditori, funzionari di Regione e Provincia. L’altro filone riguarda le commesse collegate al programma di estrazioni nella Valle del Sauro. Sul territorio si discute da anni degli effetti dello sfruttamento. A fine 2015 la Regione ha approvato un regolamento per varare un reddito minimo garantito per disoccupati e famiglie in difficoltà. Il tutto con i soldi delle royalties. Dal 2010, attraverso una convenzione con la Regione, l’università riceve 10 milioni l’anno. Eppure qui, nonostante i soldi incassati, i giovani sono costretti a emigrare per trovare lavoro. Netta la bocciatura della Corte dei Conti: dal 2001 al 2013, del miliardo e 158 milioni andati a Regione e Comuni l’85% è stato utilizzato per la spesa corrente, solo il 7% per ricerca e innovazione. In Basilicata 47 milioni e mezzo sono stati utilizzati in progetti classificati sotto la voce ‘inclusione sociale’ e 39 milioni sono serviti per il disavanzo nella Sanità. A Viggiano? Sono stati spesi 122 milioni in arredo urbano, fognature e segnaletica stradale. Altri 25mila euro sono stati ‘investiti’ in un viaggio in Australia tra gli emigranti lucani. I soldi sono spariti, mentre i segni di ciò che è accaduto restano. E, questa volta, lo dice la Procura di Potenza.

PER ASSOMINERARIA IN BALLO 25MILA POSTI DI LAVORO. L’ESPERTO SMENTISCE – Secondo Assomineraria “se si raddoppiassero le estrazioni si creerebbero 25mila posti di lavoro”. Gli ambientalisti controbattono: “Solo il settore della pesca oggi occupa 25mila addetti”. Su questo aspetto è intervenuto sul Sole 24 Ore Leonardo Maugeri, ex manager Eni e professore ad Harvard: “L’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro”. ha scritto, ricordando il caso della Saudi Aramco, che controlla le intere riserve di petrolio e gas dell’Arabia Saudita e impiega circa 50mila persone “per gestire una capacità produttiva che, nel petrolio, è oltre 7 volte il consumo italiano, mentre nel gas è superiore del 40% al fabbisogno nazionale”. Anche Maugeri esclude, quindi, che si possa arrivare a 25mila posti di lavoro. “Forse si tratterebbe di poche migliaia”. sostiene il professore. Che non boccia in assoluto le trivelle, ma crede che sia necessario operare se ne vale la pena in termini di quantità e affidando le attività solo a grandi società capaci di garantire sicurezza e rispondere di eventuali danni.

POZZI DIMEZZATI: TROPPI RISCHI PER CHI INVESTE – Sempre in caso di raddoppio della produzione, ci sono diversi studi sui possibili incassi per Stato e Regioni. “Le stime andrebbero rielaborate alla luce dell’attuale andamento del mercato”, spiega a ilfattoquotidiano.it il costituzionalista Enzo Di Salvatore, coordinatore No Triv. Che aggiunge: “Discutiamo di estrazioni reali, non di potenziale estrattivo, perché già delle riserve certe si può estrarre il 90%. Mettere in piedi un giacimento non significa riuscire a sfruttarlo”. In Italia il petrolio non è di alta qualità ed è difficile da raggiungere perché i nostri giacimenti sono molto profondi. Allora non conviene? “Ecco perché il governo continua a proporre agevolazioni, altrimenti con il prezzo che crolla alle multinazionali non converrebbe”, aggiunge Boraschi di Greenpeace. Nel Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse del Mise si legge: “L’attività è ormai quasi esclusivamente orientata alla ottimizzazione e allo sviluppo dei giacimenti noti piuttosto che alla ricerca di nuove risorse”. Tra il 2008 e il 2014 sono stati aperti meno di 20 nuovi pozzi. Negli ultimi dieci anni l’unico pozzo esplorativo con un risultato incoraggiante è stato quello di ‘Ombrina Mare 2 dir’. L’ad Eni Claudio Descalzi ha criticato i movimenti anti-trivelle che si oppongono alle perforazioni. “L’Italia nel 2000 produceva 400 milioni di barili al giorno, mentre a tredici anni di distanza sono dimezzati”, ha detto, spiegando che non si fanno pozzi esplorativi dal 2009 “perché non si è certi di recuperare gli investimenti”.

GLI AMBIENTALISTI: “MANCA L’AUTORITA’ INDIPENDENTE IMPOSTA DA UE” – Secondo Legambiente, Greenpeace e Wwf  “il ministero dello Sviluppo Economico fa gli interessi dei petrolieri e non quelli dell’Italia”. Per gli ambientalisti “il Mise fa proprie le valutazioni di Assomineraria e non difende altri settori economici strategici per il Paese”. Primi fra tutti turismo e pesca. E cosa accade in caso di incidente? “Il ministero – denunciano – ha preteso e ottenuto l’istituzione di un comitato interministeriale e di strutture territoriali”, in cui sono presenti dirigenti e funzionari dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse. “Come richiesto dall’Ue, avrebbe invece dovuto far nascere anche in Italia una autorità indipendente – spiegano gli ambientalisti – come richiesto dalla normativa europea (direttiva 2013/30/UE), distinta dagli uffici ministeriali, per evitare conflitti di interesse”. E sui rischi per la salute si apre un altro capitolo. “Servono più ricerche sull’impatto sanitario, economico e ambientale”, aggiunge Boraschi. Eppure qualcosa c’è. Risale al 2006 il primo studio sulle malformazioni dei bambini di Gela, in Sicilia. Pochi giorni fa Eni è comparsa sul banco degli imputati alla prima udienza del processo. Ad accusare il gruppo pubblico sono 30 famiglie che da anni cercano di dimostrare che le malformazioni genetiche sono state causate dall’inquinamento provocato da Eni. La sentenza stabilirà se il nesso c’è. E, quindi, chi a Gela ci ha davvero guadagnato.

Aggiornato da Redazione Web il 12 Aprile 2016 alle 20.00