Picchiata, strattonata e trascinata per 80 metri. Abbandonata in macchina con il setto nasale rotto, un timpano sfondato e lesioni all’occhio. Morta soffocata nel sangue. Alfredo Di Giovannantonio aveva ridotto così la compagna Mara Catani Nieri, il 26 aprile 2013, dopo una lite, l’ennesima. Adesso il tribunale di Pisa ha deciso che per quella sera il camionista 39enne dovrà scontare 7 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Il pubblico ministero, Giovanni Porpora, ne aveva chiesti 8. Ma la sentenza non soddisfa nessuno, in particolare l’avvocato della madre della vittima, costituitasi parte civile nel processo, Rolando Rossi, che da tre anni chiede giustizia per conto della famiglia e non si capacita di una decisione che definisce “abborracciata“.

Il 26 aprile 2013 Alfredo e Mara tornano a Capannoli, provincia di Pisa, dopo essere stati a cena con amici a Calci, un paese poco distante. La coppia ha bevuto molto e, come spesso accade, litigano. Una volta arrivati a casa Di Giovannantonio lascia la compagna in macchina e raggiunge il figlio per andare a dormire. Il giorno dopo la donna viene trovata morta, senza scarpe, con i jeans abbassati e la maglietta sollevata, con ferite da sfregamento sul corpo e il volto gonfio. Fin da subito il compagno è il primo e unico sospettato. Alfredo però nega, sempre, dando a ogni interrogatorio una versione diversa: un incidente, una caduta dalle scale, un malore durante la notte. “L’imputato – spiega l’avvocato Rossi – ha sviato le indagini per tutta la fase preliminare affermando che la donna l’aveva trovata morta in casa senza sapere perché. In realtà i fatti accertati sono molto diversi: lui prima l’ha picchiata e poi l’ha lasciata agonizzante per ore”. Per i medici infatti se il camionista avesse chiamato i soccorsi, la donna si sarebbe potuta salvare.

Il dibattimento ha accertato l’aggressione e le percosse subite dalla vittima, ma i giudici della Corte d’Assise hanno ritenuto che, nonostante la violenza, l’uomo non avesse intenti omicidi e per questo gli hanno concesso le attenuanti generiche, insieme a un ulteriore sconto di pena, per un totale di 7 anni di reclusione. “Non ce lo spieghiamo – ha commentato Rossi – perché la condotta processuale dell’imputato è stata utilitaristica e per nulla collaborativa. Già il capo d’imputazione non era soddisfacente visto che secondo noi è stato un omicidio volontario, ma così è davvero troppo“.