Ankara reagisce anche al di fuori dei propri confini dopo l’attentato di Istanbul, costato la vita a 10 cittadini tedeschi. Il premier turco Ahmet Davutoglu, citato dal quotidiano Hurriyet, ha riferito che le forze armate turche hanno colpito circa 500 obiettivi del sedicente Stato islamico oltre i confini con la Siria e con l’Iraq nelle ultime 48 ore, “neutralizzando” 200 jihadisti, tra i quali alcuni leader dell’Is: “Dopo l’atroce attacco a Istanbul, le nostre forze armate hanno sparato circa 500 colpi di artiglieria e carri armati” contro posizioni dell’Isis al confine con la Siria e in nord Iraq, ha detto il primo ministro. “La Turchia continuerà a colpire il Daesh (acronimo arabo dell’Is, ndr) via terra e userà le forze aeree se necessario”, ha aggiunto Davutoglu parlando a una conferenza di ambasciatori.

Continuano, intanto, le indagini sull’attacco terroristico di Sultanahmet. Fra i tre russi arrestati mercoledì c’è anche Aidar Sulemainov, “la cui affiliazione all’Is era nota a tutti i paesi che collaborano con l’Interpol“, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova sottolineando che a suo carico pendeva un mandato di arresto internazionale in seguito alle accuse formulate contro di lui nel Tatarstan russo proprio per i suoi presunti legami con lo Stato islamico.

Suleimanov avrebbe coordinato dalla Turchia il passaggio degli estremisti dalla Russia ai territori controllati dall’Isis, fanno sapere fonti inquirenti russe citate dall’agenzia di stampa Interfax.
Un esempio, quello di Suleimanov, di come “chi viene perseguito per terrorismo in Russia possa contare sull’accoglienza di altri paesi e per anni”, ha aggiunto Zaharova puntando il dito contro le autorità turche che Mosca accusa, dalla crisi aperta con l’abbattimento del Su-24 da parte degli aerei turchi, di aver ospitato estremisti caucasici sin dalla fine degli anni Novanta e degli attentati esplosivi di Mosca.

Così la tensione con la Russia torna a salire. La politica “distruttiva perseguita dalla Turchia in Siria porta a un ulteriore innalzamento della tensione nella regione”, ha detto ancora la Zakharova. La Turchia vuole “cambiare la configurazione etnica del nord della Siria” e a tal fine “intraprende dei passi per indebolire un gruppo nazionale che in maniera audace e con successo resiste ai jihadisti rinforzandone un altro allo stesso tempo”, ha portavoce dei massimi livelli della diplomazia del Cremlino, aggiungendo che i servizi segreti di Ankara forniscono aiuto militare alle formazioni turcomanne.

Emergono nuovi dettagli anche su Nabil Fadli, l’attentatore suicida che si è fatto esplodere nel centro turistico di Istanbul: l’uomo, riporta Hurriyet, aveva raccontato alle autorità per l’immigrazione turche di essere in fuga dallo Stato islamico, che i militanti avevano ucciso molti dei suoi parenti e che per questo stava cercando di raggiungere l’Europa. “Ho perso molti parenti negli attentati dell’Isis. Sono fuggito da un attacco e sono arrivato in Turchia. Voglio andare in Europa“, avrebbe infatti raccontato a un funzionario dell’ufficio immigrazione.

L’uomo, che ha sostenuto di essere di origine siriana, nato in Arabia Saudita nel 1988, si era presentato il 5 gennaio, insieme ad altri quattro, davanti alle autorità del distretto Zeytinburnu di Istanbul, per richiedere un documento di soggiorno temporaneo. Ore le autorità stanno indagando sulla veridicità dell’identità e stanno cercando di contattare le famiglie per il test del Dna, secondo quanto riporta il quotidiano. Le forze di sicurezza hanno stabilito che Fadli era entrato in Tuchia illegalmente con l’aiuto di contrabbandieri ed è arrivato a Istanbul, dopo aver trascorso un breve periodo nelle città di Gaziantep e Kilis, vicine al confine con la Siria. La polizia indaga anche se le 4 persone arrivate insieme a Fadli abbiano avuto legami con il attacco.