L’attentato kamikaze a Zliten che ha causato 74 morti e oltre 100 feriti, l’offensiva a Misurata e Khoms e gli attacchi ai terminal petroliferi di Sidra e Ras Lanouf, sulle coste vicino a Sirte, sono i primi episodi di una nuova accelerata dello Stato islamico per conquistare terreno in Libia. Dopo la firma, il 16 dicembre, dell’accordo per la formazione di un governo di unità nazionale e le indiscrezioni che vogliono 6mila forze speciali a guida italiana pronte per un’operazione di terra nel Paese, i miliziani fedeli ad Abu Bakr al-Baghdadi hanno sferrato nuovi attacchi, con l’obiettivo di trasformare la Libia in un’alternativa al Califfato in Siria e Iraq. “Daesh (appellativo arabo di Stato islamico, ndr) – commenta Jon Marks, membro del programma Medio Oriente e Nord Africa del think tank Royal Institute of International Affairs (Chatham House) di Londra – rimane uno degli attori presenti nel Paese. L’obiettivo dei suoi sostenitori, però, è quello di creare un nuovo Califfato, una nuova Siria in Libia”.

Centinaia di morti in pochi giorni: “Isis vuole occupare il vuoto di potere”
“Lo Stato islamico sta compiendo considerevoli progressi in Libia – continua l’analista – con l’obiettivo di occupare il vuoto di potere nel Paese. I rivali locali sono certamente sotto pressione e la risposta internazionale è insufficiente”. Mentre le diplomazie mondiali stanno cercando di implementare l’accordo tra le due fazioni rivali di Tripoli e Tobruk per un governo di coalizione nazionale, le bandiere nere continuano a mangiare terreno con l’obiettivo, scrive il New York Times in una sua inchiesta, di trasformare la Libia nel nuovo Califfato nel caso in cui la situazione in “Siraq” diventi troppo complicata da gestire.

La prospettiva disegnata dai corrispondenti del quotidiano statunitense troverebbe conferma nei numeri: nell’area di Sirte, lo Stato islamico controlla circa 240 chilometri di costa, con un afflusso di combattenti provenienti da Siria e Iraq che va avanti da almeno un anno. “Isis – puntualizza però Marks – rimane un franchising del terrore, con Siria e Iraq come base centrale e la Libia come prima succursale. Nel Paese nordafricano, i leader di diverse anime islamiste di Derna, Sirte e altre città si sono legati ad al-Baghdadi e questo rappresenta certamente un vantaggio per il Califfato. In Libia, comunque, rimangono attive diverse fazioni staccate dalle bandiere nere: dai gruppi legati alla Fratellanza musulmana a quelli vicini ad al-Qaeda, come quello guidato da Mokhtar Belmokhtar“.

Perché la Libia? Perché è più ricca del “Siraq”
Per gli uomini di al-Baghdadi la Libia ha un’importanza fondamentale per due motivi: si trova in una posizione strategica, affacciata sul Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane, ed è ricca di risorse, soprattutto petrolio e gas. Come riporta Il Sole 24 Ore, il controllo dei giacimenti presenti nel Paese nordafricano vale qualcosa come 130 miliardi di dollari. Introiti che potrebbero triplicarsi se, ipoteticamente, le milizie di al-Baghdadi riuscissero a esportare gli stessi quantitativi dell’era di Muammar Gheddafi. Un risultato che, dopo la deposizione del rais, nessuno ha più ottenuto a causa dell’instabilità e della guerra tra fazioni scoppiata nel Paese.

Inoltre, la Libia rappresenta già una fonte di guadagno per il Califfato, proprio grazie a controllo delle coste e di aree attraversate dalle rotte dei migranti. Gli uomini di al-Baghdadi finanziano il movimento grazie anche ai 323 milioni di euro provenienti dalle estorsioni e dai furti ai danni proprio dei profughi in viaggio verso l’Europa. “Perdere terreno in Libia – spiega Marks – rappresenterebbe un brutto colpo per Isis per due motivi. Primo, perderebbe gli introiti da traffico di esseri umani. Secondo, la perdita di terreno per un gruppo che fa del radicamento sul territorio una delle sue caratteristiche principali inciderebbe negativamente sull’immagine dell’organizzazione stessa. Sradicare Isis dalla Libia, quindi, vorrebbe dire dare un duro colpo all’intero franchising”.

“Le forze speciali a guida italiana? Non spaventano, anzi”
Il possibile invio in Libia di 6mila forze speciali poteva apparire come una risposta dell’Occidente a questa avanzata delle bandiere nere e, allo stesso tempo, un incentivo per i jihadisti a conquistare più terreno possibile prima dell’arrivo dei boots o the ground. Secondo Marks, però, un’azione di questo tipo difficilmente può cambiare i piani di Isis: “In questa fase del conflitto – conclude – non credo che loro (lo Stato Islamico, ndr) siano particolarmente preoccupati da un qualsiasi intervento europeo a guida italiana, nonostante le voci che parlano di seimila soldati a protezione dei giacimenti petroliferi. L’ideologia di Isis è quella di favorire il confronto sul terreno con eserciti europei”.

Twitter: @GianniRosini