In pochi giorni è stato portato via tutto: i macchinari, i materiali da lavorazione, le merci già pronte alla consegna. Restano solo i 38 operai della Carpigiana Service, cooperativa metalmeccanica di Carpi, che, rientrati dalle ferie natalizie, si sono scoperti sospesi dal proprio posto di lavoro. “Siamo rimasti basiti”, racconta Paolo Brini della Fiom Cgil. “Il 4 gennaio i dipendenti della cooperativa sono tornati in azienda per riprendere il proprio lavoro, ma all’arrivo hanno trovato un cordone di carabinieri a presidiare i cancelli sbarrati. Dentro il capannone non c’era più nulla, erano rimasti solo i bancali da lavoro, rigorosamente vuoti. In meno di due settimane è stato portato via tutto”.

Che alla Carpigiana tirasse una brutta aria era noto già da qualche mese. “Il problema è che con la cooperativa avevamo una trattativa in corso – spiega Mattia Laconca, delegato Si Cobas, che in azienda rappresenta la maggioranza dei lavoratori – ma la dirigenza l’ha ignorata, mettendoci di fronte al fatto compiuto”.

La scorsa primavera, infatti, i sindacati e i lavoratori avevano manifestato contro la cooperativa e contro la ditta metalmeccanica Cbm, unico committente, “per via delle condizioni contrattuali a cui erano sottoposti i 38 dipendenti”: “Gli operai – spiega Aldo Milani, numero uno dei Cobas –svolgevano per Cbm prevalentemente mansioni da metalmeccanici, ma erano inquadrati nel contratto della logistica, come facchini insomma, con stipendi e benefici economici più bassi”. Sulla questione i lavoratori hanno anche intrapreso una causa contro Cbm per intermediazione di manodopera, tuttora in corso, la cui prima udienza si è svolta il 29 ottobre 2015.

Nel frattempo, però, a giugno, in seguito alle proteste, i rappresentanti dei lavoratori e l’azienda, seduti al tavolo della Prefettura di Modena, avevano raggiunto un accordo: il passaggio al contratto dei metalmeccanici per tutti i lavoratori. “Tuttavia Cbm ha iniziato a ridurre le commesse alla cooperativa, così ad agosto, a causa delle conseguenti perdite di fatturato, è stata paventata l’ipotesi di un calo del personale”, continua Laconca.

Poi, prima di Natale, Carpigiana ha messo sul tavolo la volontà di mettere in liquidazione la cooperativa, ed è stata avviata una trattativa con i sindacati per la salvaguardia occupazionale. “L’accordo era che la produzione sarebbe andata avanti fino al 30 gennaio – spiegano i Si Cobas – e che a quel punto per i lavoratori si sarebbero prospettate due possibilità: la mobilità volontaria, con una buona uscita da negoziare, oppure la ricollocazione in un’altra società legata alla Cbm. La trattativa, insomma, era ancora in corso, ed eravamo convinti che sarebbe ripresa dopo le feste, attorno al 15 gennaio”.

Invece, il 4 gennaio è arrivata l’amara sorpresa: la sede della cooperativa svuotata, e i cancelli sbarrati. “E’ un atto unilaterale del tutto inaccettabile assunto dai vertici della Carpigiana per accelerare gli esiti della liquidazione coatta, a cui siamo pronti a rispondere con iniziative di protesta – tuonano le tute blu, che hanno dichiarato lo stato di agitazione – o l’azienda riapre, o non c’è spazio per discutere”.

 

Sulla stessa linea i Si Cobas, che già pensano a una mobilitazione davanti ai cancelli di Cbm, “perché non ha senso – precisa Milani – presidiare una fabbrica vuota”. L’11 gennaio, ci sarà un incontro con i vertici di Carpigiana, e in questi giorni i Cobas incontreranno in assemblea i lavoratori. “Vedremo cosa si deciderà, e intanto chiediamo che agli operai venga pagata l’intera mensilità di gennaio, perché gli accordi erano che si sarebbe lavorato fino a fine mese – sottolinea Milani – la cooperativa dice che la fabbrica è chiusa perché non ci sono più commesse: questo lo si poteva sapere già da prima, è ovvio che hanno usato il silenzio per nascondere le loro intenzioni, cioè smantellare la fabbrica. Ma noi non lasceremo che i lavoratori finiscano in mezzo a una strada”.