Tra poco sono già quattro anni, e sembra mai che quel folletto – all’anagrafe Lucio Dalla, nato il 4 marzo del 1943 – abbia deciso di spegnere la luce, così sia. La musica c’è, resiste, passa attraverso i supporti più o meno digitalizzati, la voce anche, ma lui all’angolo tra via Rizzoli e piazza Maggiore, a Bologna, non lo vedi più apparire. Solo, in compagnia, spesso solo. Era la sua casa Bologna. E lo ha trattato come si fa con un pezzo raro: poteva diventare compagni di giochi, di baldorie, ma c’era sempre. Compagno di vialate. E qui è necessaria una precisazione: la vialata è un giro attorno ai viali, appunto, a Bologna, in genere di notte, dove gli amici in macchina si raccontano la vita, gli amori, le disgrazie. Una sorta di pellegrinaggio pagano, e Lucio ne era un maestro, quasi sempre a supporto degli altri, non perché non avesse le sue debolezze, ci mancherebbe, ma era l’amico della Bologna celebre nel mondo, ragazzino nato con le braghe corte e senza camicia, ma che poi aveva portato se stesso ovunque.

E di vialate, a vedere in questi giorni la tomba, al cimitero della Certosa, ne deve avere fatte, Lucio. Perché ci sono fiori, sempre freschi, i ricordi, i biglietti con frasi d’amore autentico. C’è anche un mazzo di carte. Accade per le feste comandate, ma non solo. È l’angolo dove i bolognesi passano a fare un saluto all’amico che è stato fratello maggiore e minore allo stesso tempo, papà e figlio, solido o fragile. Tutto questo era Dalla. E la sua città non dimentica. Non potrebbe essere altrimenti, vista l’attrazione fisica che avevano. “Io ci ho provato a vivere altrove”, raccontava, “ma è sempre stato come tendere un elastico, alla fine dovevi mollarlo e mi catapultava lì. E io quando vedo la basilica di San Luca, sull’autostrada, più o meno all’altezza di Cantagallo, abbasso il finestrino e respiro, prendo ossigeno dagli odori miei”.

Quello che è successo dopo la morte di Lucio lo sappiamo. L’eredità contesa tra parenti che più o meno ignorava, la Fondazione che lui voleva e che alla fine non è mai stata messa in piedi come doveva essere, la casa che sarebbe dovuta servire a museo, ma che così non è stato. Tutte quisquilie, perché poi ai bolognesi è bene che Dalla non lo tocchiate, diventerebbero inaspettatamente aggressivi. Non lo toccate agli amici di una vita, che si chiamino Gianni Morandi, David Zard, Bibi Ballandi. Non lo toccate perché Lucio era Lucio. E passeggia ancora mentre cerchiamo di sopravvivere in un vecchio lp, quello che portava il suo nome, i suoi brani, se ne vogliamo citare qualcuno non smetteremmo più. Puoi dire Cara o Quale allegria, Caruso. In un piagnisteo molto retorico, ma che rende bene l’idea, sappiamo che l’eredità c’è, nella voce, nella musica. E arriva dove solo lui sapeva arrivare. O dove noi vogliamo che sia.

dal Fatto Quotidiano del 31 dicembre 2015