Il 3 dicembre del 2009 il procuratore della Repubblica di Modena Vito Zingani alla Gazzetta ha dichiarato: “Anche a Modena i soldi sporchi alimentano l’economia locale, quella onesta. Se per magia avessi il potere di sradicare il crimine dalla città, mi caccereste perché l’avrei rovinata”. Le parole pronunciate da un magistrato serio e preparato erano pietre. La scorsa settimana in una trasmissione televisiva Marco Travaglio ha detto che l’economia nera e illegale del nostro paese vale 400 miliardi di Pil. In qualsiasi altro Paese conduttore e interlocutori avrebbero o contestato il dato con fatti e numeri o sarebbero intervenuti nel merito per parlare della componente sommersa e criminale dell’economia, delle conseguenze istituzionali, economiche, fiscali e dell’incidenza sul debito pubblico. Invece i partecipanti erano interessati solo al teatrino della politica che nei talk show è diventato la regola.

Negli anni il nostro Paese ha consolidato insieme alla Grecia il primato della incidenza dell’economia sommersa e criminale. Per cui, una parte consistente della ricchezza del Paese è sconosciuta all’erario, non paga le tasse, si alimenta di corruzione e riciclaggio, esporta illecitamente capitali. E viene alla luce solo quando la magistratura scopre reati connessi, dal momento che partiti, istituzioni e sindacati, anche padronali, non si accorgono di nulla. O se ne disinteressano.

Vale la pena fornire qualche dato sull’incremento del fenomeno di anno in anno. Economia sommersa: il Fondo Monetario Internazionale per gli anni 1999-2001 ha analizzato il sommerso in 84 paesi. Tra i paesi dell’Ocse l’Italia occupava il secondo posto con una incidenza del 27% del Pil, dopo la Grecia, a fronte di una media europea del 10-15 per cento. Dopo alcuni anni, nel 2007, L’Eurispes dava valori più elevati pari a 549 miliardi di euro su un Pil di 1500 miliardi circa. I dati Istat erano più contenuti. Il ministero del Welfare diretto da Roberto Maroni dichiarava che dal 2005 al 2007 erano state ispezionate 846mila aziende e 522mila erano risultate fuori regola, con 534mila lavoratori sotto-inquadrati e 337mila in nero.

Nel 2010 Sergio Rizzo citava una stima di Kris Network of Business Ethics che valutava l’evasione fiscale italiana circa 300 miliardi di euro di cui una quarantina ascrivibili alla criminalità organizzata, compatibili con le gigantesche proporzioni dell’economia sommersa del nostro paese. Nel 2004, per evitare di scrivere castronerie in un libro, avevo inviato una lettera a Paolo Sylos Labini chiedendo se con una montagna di economia sommersa e criminale, un qualsiasi progetto di sviluppo, pur sostenuto da una concreta volontà politica, a suo parere potesse decollare. Questa la sua risposta: “Caro Elio, conoscevo già i problemi cui accenni nella lettera, ma vederne l’elenco sintetico mi ha molto impressionato. Alcune delle stime non sono e non possono essere precise, ma considerate le fonti, credo che gli ordini di grandezza siano quelli. Ce n’è abbastanza per essere angosciati”.

Convinti che nessun governo sarebbe mai stato in grado di tirare fuori il Paese dalla crisi senza ridurre la quota di economia sommersa e criminale, l’evasione fiscale, la quantità di denaro sporco riciclato, equivalente al 10% del Pil, contrastare la corruzione diffusa valutata 60 miliardi all’anno, un gruppo di persone di buona volontà, alcuni dei quali competenti come Giorgio Ruffolo e Franco Archibugi, insieme ad Alessandro Masneri, Luigi Zanda e chi scrive, dopo avere lavorato sodo e messo nero su bianco, nel 2011 cercò di aprire un dibattito sull’argomento, abbaiando alla luna. Nel 1981 Franco Reviglio, coadiuvato da Giulio Tremonti, aveva calcolato in 28mila miliardi di lire, pari a 7-8 punti di Pil, l’evasione fiscale del Paese.

Dopo 30 anni il presidente dell’Istat Giovannini la stimava pari al 16-17% del Pil, nonostante le dichiarazioni solenni di tutti i governi che si sono succeduti. Con una pressione fiscale apparente del 42-44%, nella media europea, ma effettiva, per chi le tasse le paga, del 55 per cento. Destinata ad aumentare dopo la decisione di portare a 3.000 euro l’uso del denaro contante, che è come dare a un tossicodipendente una dose quando sta per smettere. Con la crisi è aumentata l’evasione e, soprattutto, l’esportazione di capitali. Secondo uno studio del nucleo valutario della Guardia di finanza del ministero dell’Economia, il 29% del totale dell’evasione è costituita da soldi portati illegalmente all’estero nei paradisi fiscali. Come il Lussemburgo, governato per circa 20 anni dall’attuale presidente della Commissione Europea Juncker, che Renzi avrebbe fatto bene a non votare. La cifra mi sembrava enorme e ho pensato a un errore di scrittura. Ma mi è stata confermata con l’invio della ricerca. Non so se anche noi dobbiamo comportarci come l’Her Majesty Revenue, il fisco inglese, che ha pubblicato le foto di 20 evasori lanciando un appello ai cittadini di segnalarli se li avessero visti. Aveva proprio ragione Luca Paolazzi del centro studi di Confindustria il quale in piena crisi disse:” C’è una parte dell’economia italiana che non ha subito recessione: il sommerso”.

Quanto all’economia criminale, nel 2014 Bankitalia ed Eurispes la stimavano 200 miliardi di Pil. Per cui la mafie italiane si confermano prima azienda del paese, globalizzata e fiorente, tanto che i suoi beni (soldi, azioni e altri titoli, immobili e mobili) vengono stimati 1.000 miliardi di euro, appena scalfiti dai sequestri e dalle confische. Nel 2009 Piero Grasso in una relazione depositata alla Commissione Antimafia affermava che le confische corrispondevano al 5% del totale, che le cosche dispongono di personale umano inesauribile e che i canali di rifornimento di droga non vengono individuati e quelli di riciclaggio non vengono neutralizzati. A conferma, nel 2014 la commissione antimafia presieduta dall’onorevole Bindi ha fatto un lavoro di verifica di tutta la legislazione antimafia, mettendo in evidenza la pochezza delle confische dei beni e l’assoluta inadeguatezza dell’Agenzia per l’amministrazione e la destinazione degli stessi. A conclusione del lavoro la Presidente ha inviato una dettagliata relazione al Parlamento. Non mi risulta che siano state convocate le Camere per discutere seriamente il problema, trovare le soluzioni con l’obiettivo di confiscare almeno la metà dei beni, venderli e destinare il ricavato alla diminuzione del debito pubblico. La lotta alle mafie si fa mettendole in mutande perché inquinano le istituzioni e parte consistente dell’economia legale, mettono a rischio la concorrenza e scoraggiano gli imprenditori degli altri Paesi ad investire in Italia.