Trivelle: dal piano che non c’è al sistema delle proroghe. In attesa che la Consulta si esprima le Regioni chiedono chiarezza sull’interpretazione dei tre emendamenti governativi che introducono i nuovi commi da 129-bis a 129 quater al testo della legge di Stabilità. Di buono c’è la mossa politica con la quale si torna a coinvolgere i territori locali nei processi decisionali ma, fanno notare gli attivisti anti-trivelle “prima di abbandonare la strada del referendum, bisogna accertarsi che i sei quesiti vengano recepiti negli emendamenti”. Tra i dubbi, il limite temporale per le estrazioni e l’ipotesi che i permessi per la ricerca possano essere convertiti in titoli concessori unici portando le società fino alle estrazioni. Anche la politica vuole delucidazioni. Il presidente del consiglio regionale della Basilicata (capofila nella promozione del referendum) chiede per i rappresentanti degli Enti un incontro a Palazzo Chigi. Il 13 gennaio le Regioni che hanno promosso il referendum e già incassato la dichiarazione di ammissibilità della Corte di Cassazione, potranno presentare una propria memoria alla Consulta, prima del via libera definitivo.

I limiti temporali e il piano – “Il rischio è che il referendum sia eluso, attraverso il sistema delle proroghe per le attività in mare”. Non esulta ancora Enzo Di Salvatore: il professore di diritto costituzionale che ha scritto i quesiti referendari anti-trivelle cerca di capire che margini di movimento si lascino alle società petrolifere. La prima perplessità sulle modifiche governative è nel comma bis dell’articolo 129. Dopo aver specificato che “il divieto è stabilito nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa”, si aggiunge “i titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Un passaggio che potrebbe fare a cazzotti con le proposte di modifica all’articolo 38 del decreto Sbocca Italia. Il terzo comma dell’articolo 129 dà diversi limiti temporali per ricerca e coltivazione di idrocarburi: 6 anni per la ricerca e 30 anni per la coltivazione. Questi limiti, “per effetto di una combinazione tra i due emendamenti – dice Di Salvatore a ilfattoquotidiano.it – rischiano di essere applicati solo per la terraferma”. Il Coordinamento No Triv e il professore hanno presentato due sub-emendamenti su questo punto e sull’introduzione del piano delle aree. “Il piano è una scelta di difficile gestione – dice il professore di diritto costituzionale – perché si richiedeva l’accordo di sostanza tra le Regioni”. Un piano in Italia non c’è mai stato e ora “chiunque potrà chiedere il nuovo titolo concessorio unico per la ricerca e le estrazioni” e ovunque potrà ottenerlo “eccetto che entro le 12 miglia”.

Il titolo concessorio – Nel terzo comma si specifica che le attività “sono svolte con le modalità di cui alla legge 9 del 9 gennaio 1991, o a seguito del rilascio di un titolo concessorio unico”. L’altra perplessità riguarda la possibilità – tutta da verificare – per chi ha ottenuto il permesso per la ricerca di idrocarburi “di chiedere il titolo concessorio unico – spiega Di Salvatore – che consentirebbe di arrivare fino all’estrazione”. O, in alternativa a questa ‘conversione’, di sospendere le attività “mantenere i giacimenti e attendere che arrivino tempi migliori, così come accadde in Abruzzo nel 2010, quando ci fu il passaggio dal decreto Prestigiacomo al decreto Monti”. Insomma, le ‘vie di fuga’ sarebbero tre: le proroghe, i titoli concessori unici e, come ultima spiaggia, la sospensione.

I progetti che potrebbero essere ‘fatti salvi’ – In queste ore gli enti territoriali fanno i conti con i progetti concreti. In Sicilia, a largo di Pozzallo (Ragusa) salterebbe la piattaforma Vega B della Edison, che doveva sorgere accanto alla Vega A. Si teme che alla fine si continuerà a trivellare. “Mi auguro che gli emendamenti del governo non salvino il progetto che ha già beneficiato di proroghe” dice Di Salvatore. Poi c’è il caso dell’offshore ibleo, il progetto di Eni ed Edison che prevede lo sviluppo integrato di due giacimenti di metano e, a largo della costa tra Gela, Licata e Ragusa, otto nuovi pozzi. La parte maggiore dei quali è fuori dalle 12 miglia, mentre a 11 miglia dalla spiaggia si trovano la piattaforma Prezioso K e il giacimento Argo 2. Bisogna capire cosa avverrà, tenuto conto che Eni i titoli già li ha. Poi ci sono i progetti che riguardano l’Adriatico. La scorsa estate sono stati emanati diversi decreti di compatibilità ambientale per la prospezione di idrocarburi nelle acque tra Rimini e Termoli e tra il Gargano e il Salento. A giugno era stata approvata la Via per le attività della Spectrum Geo in un’area che abbraccia 5 regioni (Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia). Nello Jonio, invece, c’è il via libera per 4 permessi di ricerca. Il progetto ‘Ombrina Mare’ sulle coste abruzzesi ha già la firma del ministero ma non la concessione di coltivazione: non è stato pubblicato il decreto sul bollettino ufficiale per gli idrocarburi e le georisorse (Unmig). Sarà importante capire se la concessione arriverà prima che entri in vigore la Legge di stabilità, ossia il 1 gennaio 2016. Su questo punto è intervenuto anche il Coordinamento No Ombrina: “Bisogna seguire con attenzione l’iter del progetto”. Il 31 dicembre scade il termine di validità del titolo minerario in possesso della Rockhopper, quello sul permesso di ricerca. Già prorogato in passato.

Le Regioni – Piero Lacorazza, presidente del Consiglio della Regione Basilicata, pur interpretando gli emendamenti come un passo politico da parte del governo Renzi verso le Regioni, sottolinea l’importanza che si faccia chiarezza su alcuni passaggi degli emendamenti. “Il 13 gennaio presenteremo una memoria davanti alla Corte Costituzionale – ha detto a ilfattoquotidiano.it – perché se si dovesse essere in presenza di un emendamento non aderente ai quesiti referendiari, non ci sarebbe alternativa alla strada del voto popolare”. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano. Che a ilfatto.it sottolinea che il Governo Renzi è andato avanti con gli emendamenti “senza alcun incontro con le Regioni” e “senza una dichiarazione politica” nella quale si annunciasse un cambio di rotta. “Neppure con il referendum si può stravolgere l’applicazione della legge precedente, ma è fondamentale – dice Emiliano – che non ci sia la sola volontà di vincere su un altro terreno”.