Un giorno di sciopero e manifestazioni in nove città, da Milano a Salerno, contro la disdetta unilaterale del contratto di lavoro da parte della Fondazione Don Gnocchi. È infatti fallito il tentativo di conciliazione con i sindacati al tavolo del ministero del Lavoro e la onlus, che ha una sessantina di ospedali e ambulatori in tutta Italia e 5.500 tra dipendenti e collaboratori, ha comunicato che “con decorrenza 7 dicembre” viene applicato il ccnl del personale dipendente da Residenze sanitarie assistenziali e centri di riabilitazione firmato dall’Associazione Religiosa Istituti Socio-sanitari (Aris) e “già in vigore presso altri operatori di settore”. Un contratto che però secondo Fp-Cgil Cisl-Fp e Uil-Fpl “penalizza ulteriormente” i lavoratori, che già dal 2013 “stanno prestando orario aggiuntivo non retribuito e rinunciando a due giornate di ferie annue, convinti di voler contribuire al rilancio della struttura e al salvataggio della fondazione”. E il tutto accade in “strutture accreditate, quindi finanziate con risorse pubbliche“. Di qui lo sciopero di venerdì 11 in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio e Campania. Che arriva dopo un mese di mobilitazioni in tute le 27 sedi della onlus.

E’ la stessa fondazione, nel suo comunicato, a riconoscere che il nuovo contratto, “che regolamenta ogni aspetto del rapporto lavorativo”, comprende tra l’altro “l’orario di lavoro di 38 ore su base settimanale”, contro le 36 attuali, e che “a tutto il personale dipendente è stato mantenuto il livello retributivo in essere”. Vale a dire che negli ospedali e nelle cliniche della fondazione presieduta da monsignor Angelo Bazzari si lavorerà due ore in più senza alcun aumento di stipendio. I sindacati parlando di “una competizione al ribasso sul costo del lavoro“. Dumping, insomma.

La Don Gnocchi si difende sottolineando che “tale scelta si è resa necessaria, come più volte ribadito anche alle organizzazioni sindacali, per l’urgenza di applicare un contratto più coerente con il tipo di attività prevalentemente svolta e quindi più compatibile con le attuali tariffe riconosciute da Regioni e Comuni per i servizi sanitario-riabilitativi, socio-sanitari e socio-educativi erogati dalla Fondazione. Questo con l’obiettivo di garantire la sostenibilità economico-finanziaria dell’ente nel tempo”. Infatti la fondazione lo scorso anno ha registrato un rosso di 544mila euro a fronte di ricavi per 275 milioni, e sostiene che l’unica via di uscita consiste nel tagliare il costo del lavoro. Pur ribadendo, nella nota che comunica la decisione, “la propria riconoscenza agli operatori per il contributo offerto negli ultimi anni per fronteggiare la situazione di difficoltà gestionale” e “la propria disponibilità al proseguimento del confronto” con le organizzazioni sindacali.

Fp-Cgil Cisl-Fp e Uil-Fpl, che spingono per un contratto unico di settore per la sanità privata e uno per la riabilitazione, “rispediscono al mittente” la scelta “soprattutto tenuto conto di quanto previsto dall’accordo del 2013, sottoscritto per venire incontro all’azienda, che aveva dichiarato lo stato di crisi”. Un atteggiamento “responsabile, a cui evidentemente non corrisponde un atteggiamento altrettanto rigoroso”: “A oltre un anno dalla scadenza del piano, la Fondazione non fornisce alcun dato sull’entità del recupero e con un’azione unilaterale decide persino che contratto applicare ai dipendenti”.