Pronunciano a voce alta la locuzione proibita, quelle due parole che mai dovrebbero essere proferite dagli uomini d’onore: Cosa nostra. Evocano il più noto padrino che abbia mai governato il loro clan: Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, massacrato dai corleonesi quasi trentacinque anni fa. Poi iniziano a discutere di una delle più arcaiche modalità di autogoverno mafioso: la votazione di capi e sottocapi da parte degli stessi uomini d’onore, la democrazia dello Stato libero di Cosa nostra, interrotta dopo secoli dal golpe di Totò Riina.

Sembra quasi una scena in bianco e nero, un vertice anni ’70, come quelli narrati da Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone. E invece è la Cosa nostra degli anni duemila quella che i carabinieri del Ros immortalano all’interno di una sala da barba, mentre indagano sull’omicidio del giovane Mirko Sciacchitano, nell’inchiesta che ha portato al fermo di sei persone. È il 20 giugno del 2014, e da “Armando Parrucchiera Uomo”, alla Guadagna, c’è movimento: gli affiliati del clan di Santa Maria di Gesù si riuniscono in summit. È il primo vertice dopo anni di silenzio: e i convenuti ne sono consapevoli. “Vedi che qua è dagli anni Novanta che non c’è una riunione di cinque persone”, dice uno dei presenti, finito in manette oggi nell’ultima operazione della procura di Palermo: si chiama Natale Gambino, ed ha scontato 19 anni di carcere duro per la strage di via d’Amelio. Insieme a lui al summit della barberia c’è anche Salvatore Profeta, arrestato il mese scorso, a sua volta tra i primi condannati per l’eccidio di Paolo Borsellino e la sua scorta: erano entrambi accusati da Vincenzo Scarantino, il falso pentito che depistò le indagini, il pupo della Guadagna elevato da balordo a collaboratore di primo piano. Dopo che Gaspare Spatuzza ha raccontato la sua verità, Profeta, Gambino ed altri cinque sono tornati in libertà. Quasi un ventennio di 41 bis, però, non ha placato la loro voglia di mafia.

I due, infatti, sono lì per discutere di come ricreare formalmente la famiglia di Santa Maria di Gesù, un tempo la più ricca e importante nella geografia di Cosa nostra, ridotta a terra di conquista dai corleonesi. “A prescindere della confidenza che abbiamo, quando parliamo di Cosa Nostra, parliamo di Cosa Nostra! Quando dobbiamo babbiare …babbiamo (scherziamo ndr)” dicono, mentre Gambino propone di nominare il nuovo capo con il voto palese, seguendo le antiche regole di mafia. “Ci ammazziamo come i cani… ma perché non la possiamo fare ad alzata di mano?”(video).

Se fossero elezioni vere, per il consiglio comunale o per le regionali, si potrebbe dire che il favorito nella competizione interna agli uomini di Santa Maria di Gesù è Giuseppe Greco, uno che tutti chiamano “lo zio”, considerato il reggente della zona, anche lui colpito dall’indagine dei pm Sergio Demontis, Francesca Mazzocco e Gaspare Spedale. Per accorgersi del suo ruolo, basta guardare le foto scattate dagli inquirenti: tutti gli altri boss lo baciano in fronte, persino Profeta lo tratta con reverenza, nonostante la grande differenza d’età. L’ex ergastolano, infatti, ha vissuto abbastanza da ricordare nel dettaglio le elezioni al tempo di Bontate, quando i corleonesi di Riina e Provenzano erano ancora solo i “viddani con le scarpe incretate” (villici con le scarpe ancora sporche di fango dato che venivano dalle campagne). “All’epoca centoventi eravamo, si facevano mi pare ogni cinque anni, ma sempre Stefano Bontate acchianava (veniva eletto ndr)”. “Una barzelletta”, risponde pronto suo nipote Antonino, anche lui tra presenti.

Come dire che anche ai tempi della democrazia targata Cosa nostra le elezioni non erano esattamente libere. “Come sottocapo a chi mettevano? Ultimamente c’era quello che voleva essere eletto, e poi spiriù (è scomparso ndr). Mimmo Teresi”, continua Profeta, allargando il suo album di ricordi anche al braccio destro di Bontate,  socio negli investimenti mafiosi a Milano (entrambi sono ampiamente citati nella sentenza di condanna definitiva di Marcello Dell’Utri) e che a un certo punto iniziò a riscuotere successo anche alle elezioni interne al clan. E se ai tempi del principe di Villagrazia i padrini col diritto di voto erano centoventi, adesso la musica è cambiata. “Ma quanto possiamo essere? Se li sommi quanto siamo? Venti, trenta”, provano a calcolare i picciotti superstiti di Santa Maria.

Gli affari non sono più quelli di una volta, i boss di primo piano sono tutti reclusi all’ergastolo, le stragi hanno decimato le famiglie di Cosa nostra: eppure a Palermo gli ultimi padrini hanno un bisogno spasmodico di tornare ai fasti di un tempo, evocando i capi che non ci sono più, e rivendicando un’eredità criminale che passa anche da riti e liturgie di una mafia quasi arcaica.

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