Migranti nel centro Baobab, nei pressi della Stazione Tiburtina

Il comune di Roma vuole chiudere il Baobab. E’ una decisione insindacabile. E per molti aspetti. Primo tra tutti, la tutela della salute di chi transita per questo centro di accoglienza informale che da maggio a oggi ha ospitato oltre 35.000 migranti.
Ma il Baobab non è solo un luogo fisico. Il Baobab rappresenta il risveglio della coscienza collettiva. La risposta della società civile romana di fronte all’arrivo dei rifugiati. Il Baobab è l’insieme di volontari, studenti, precari, disoccupati, pensionati, artisti e non che hanno dedicato un’ora o giornate intere a preparare pasti caldi, raccogliere cibo e vestiti, pulire. O semplicemente dire una parola di conforto a chi dalle tante Lampedusa d’Italia sbarcava a Roma con il sale del mare ancora addosso. Il Baobab ha dimostrato che accogliere senza speculazioni è possibile.

Durante il periodo più intenso di sbarchi, arrivi e transiti, le istituzioni locali non sono state in grado di fornire una risposta adeguata al fenomeno migratorio che ha interessato Roma. Questo vuoto è stato parzialmente colmato da tanti cittadini e cittadine, italiani e stranieri che a loro volta conoscono l’importanza e il dovere dell’accoglienza. E da diverse organizzazioni della società civile che senza grandi proclami hanno lavorato giorno dopo giorno, insieme. Da Medu (Medici per i Diritti Umani), che attraverso la sua clinica mobile ha fornito assistenza medico-sanitaria, a Cir (Consiglio Italiano per i Rifugiati) e A Buon Diritto che hanno fornito supporto legale a chi scappava da guerre, violenze, dittature, fame e povertà. Senza dimenticare il messo papale che con cadenza regolare portava le donazioni di papa Francesco. E, ancora, le donazioni di una miriade di altri soggetti che elencarli tutti sarebbe impossibile.

Il Comune di Roma ora vuole chiudere il Baobab. Ma quale alternativa propone? “Temiamo che le soluzioni identificate dal Comune di Roma, dal centro di Via del Frantoio al Centro Ferrhotel a Tiburtina, annunciato a gennaio ma a oggi assolutamente inagibile, non corrispondano alle esigenze di questa particolare categoria di rifugiati – sostiene Valentina Brinis di A Buon Diritto, in un comunicato congiunto con Cir -. Nei mesi in cui abbiamo realizzato l’attività di sportello legale abbiamo incontrato moltissime persone, ma nessuna si è voluta mai spostare nel tendone della Croce Rossa (accanto alla stazione Tiburtina) prima. Senza un riconoscimento reale da parte dei rifugiati si rischia che questi centri rimangano vuoti”.

Cir e A Buon Diritto sono convinti che “il problema dei transitanti” rappresenti “l’evidenza del fallimento del Regolamento Dublino e delle difficoltà che purtroppo anche la misura del ricollocamento sta incontrando”. La maggior parte dei rifugiati eritrei – la nazionalità più consistente di migranti forzati che interessa il nostro Paese – difficilmente aderisce al sistema di ricollocamento per quote. Ma chi aderirebbe con facilità a un ricollocamento senza sapere in quale luogo si verrà ricollocati?

Secondo Fiorella Rathaus (Cir), l’attuale crisi del sistema d’asilo europeo può esser superata attraverso chiari e precisi punti fermi: “l’identificazione di tutti quelli che entrano in Europa, la garanzia dell’accesso alla procedura d’asilo per tutti coloro che manifesteranno la volontà di essere protetti, ma anche la possibilità di prendere in considerazione il principio di autodeterminazione che guida i richiedenti asilo e rifugiati”. Ovvero, riconoscere un maggior peso ai legami individuali che i richiedenti asilo hanno con un determinato paese. Ad esempio, legami affettivi o familiari. Infine, l’introduzione dello status di rifugiato europeo. “Se le persone potessero liberamente muoversi per l’Europa, una volta riconosciuto il loro diritto alla protezione internazionale, non avremmo bisogno di nessun centro Baobab”.

E mentre il Comune annuncia la chiusura del Baobab, la cittadinanza si mobilita nella speranza che almeno non abbia fine la “Baobab experience”, quella che, anche all’estero, viene portata a modello come buona pratica di accoglienza dal basso.
La società civile, infatti, chiede che questa esperienza venga fortemente valorizzata e non dispersa. E lo fa lanciando un appello su change.org rivolto direttamente alle istituzioni, che già in poche ore ha raccolto migliaia di firme.