Ore 19:30 di mercoledì 25 novembre, via Padova, Milano. All’angolo con via Cavezzali, carabinieri con mitra spianati e giubbotto anti-proiettile. Fermano auto sospette, frugano nei bagagliai. In città l’allerta è massima. Si temono attacchi. Il capoluogo lombardo è un target dell’Is. La regione detiene il record negativo degli arresti per terrorismo islamico: 105 dal 2001. Nel mirino dei jihadisti diversi obiettivi. Quelli più istituzionali (Duomo e Scala) e quelli più polverizzati sul territorio, bersagli “facili”: mezzi pubblici, centri commerciali, discoteche. Il terrore cambia strategia. Il terrore è fisionomista. Non più barbe lunghe, ma vita all’occidentale lontana dai luoghi di culto, a volte, per logica, anche sregolata al di là dei dettami dell’Islam.

E così, se Internet resta un buco nero delle inchieste, a Milano si torna per le strade. “Conoscere il territorio è decisivo”, ragiona una fonte qualificata dell’intelligence. Per questo subito dopo il venerdì 13 di Parigi, l’Antiterrorismo milanese ha messo a punto una nuova cartina della città con i luoghi caldi, ipotetici covi, adatti per gestire la logistica del jihad. Una mappa inedita che il Fatto Quotidiano ha potuto consultare e che porta dentro al cuore di Milano. “Oggi le periferie del capoluogo – racconta una fonte qualificata – non sono più ghetti, ma aree riqualificate, diverso quando entriamo nella prima cerchia urbana, qui ci sono autentici suk”. Che puntano al centro: e così ecco via Cavezzali 11, il palazzo di otto piani, con 190 appartamenti. Il degrado è ovunque e controllare non è facile. Da qui ci si immette nell’arteria di via Padova e in pochi minuti si è in corso Buenos Aires. A osservarla la cartina dell’Antiterrorismo ricalca, in parte, quella seguita dai terroristi a Parigi. C’è il quartiere arabo accanto allo stadio Meazza e il quadrilatero di via Gola a due passi dalla movida dei Navigli e dalla Darsena.

Piazzale Selinunte è il cuore del quartiere arabo di San Siro. In via Civitali all’angolo con via Paravia aveva il suo covo l’ingegnere libico Mohamed Game che nel 2009 tentò di farsi esplodere all’interno della caserma Santa Barbara. A meno di un chilometro c’è lo stadio. Sulla cartina dell’Antiterrorismo piazzale Selinunte ha un doppio cerchio rosso. Sotto la lente ci sono alcuni bar.

In piena zona Navigli, a pochi metri dai locali della movida, c’è via Gola. L’area, storicamente legata all’autonomia milanese, è diventata un luogo di nessuno, terra franca con decine di appartamenti occupati. Qui, l’Antiterrorismo ha anche un nome. Si tratta di un maghrebino che gestisce un robusto spaccio di droga. “Buona parte del ricavato – ci viene spiegato – sembra che venga mandato in Siria”. Il fratello ha scelto di andare a combattere tra le fila dell’Is. Prima di partire faceva il cameriere in uno storico locale dei Navigli.

Droga e radicalizzazione. Il binomio preoccupa. Secondo l’Antiterrorismo è presenta in tutta la zona di via Montegani, la grande arteria a sud della città che taglia il quartiere Stadera. Qui c’è anche la moschea di via Quaranta. “Molti sono marocchini, tunisini e anche egiziani – racconta una fonte di polizia che qui ci lavora – , tutte persone borderline e non inserite”. L’identikit ricalca il target cercato. “Sono senza fissa dimora, gli unici luoghi che frequentano sono i bar della zona e la vicina moschea”. Che fanno? “Spacciano, a volte anche dopo la preghiera del venerdì non lontano dai luoghi di culto”.

Non solo singole strade, vengono monitorate anche macro-aree come quella tra piazzale Maciachini e via Pellegrino Rossi non lontano dal centro islamico di viale Jenner. Cerchi rossi addirittura attorno a singoli palazzi. Oltre a via Cavezzali, uno in via Lope de Vega (quartiere Barona) e un altro in via Binda abitato da pregiudicati italiani, arabi, ma anche molti bosniaci. L’ultima bandierina, l’Antiterrorismo milanese la mette al civico 42 di viale Bligny, centro città, a due passi dall’università Bocconi. Qui, nel 2001 fu ritrovato un pizzino con il numero di telefono di Mohamed Bensakhria, ritenuto il referente di Osama bin Laden per l’Europa. Quattordici anni dopo, secondo gli investigatori, il palazzo resta un buco nero e possibile covo di jihadisti. A cento passi dal Duomo.

Da Il Fatto Quotidiano del 26 novembre 2016