Per anni ha fatto capolino su tutti o quasi i più delicati fatti di sangue dei primi anni ’90. Adesso il nome dell’ex poliziotto Giovanni Aiello viene fatto per la prima volta durante un’udienza dibattimentale. Ed è un nome pesante, perché per almeno quattro procure Aiello è la vera identità di Faccia da mostro, il killer con il viso deturpato e la tessera dei servizi segreti in tasca, evocato da più collaboratori di giustizia per avere giocato un ruolo oscuro nei più misteriosi assassini di Sicilia. A tirarlo in ballo, questa volta durante un’udienza pubblica, è stato il pentito Vito Lo Forte, ascoltato dal giudice per l’indagine preliminare Maria Pino, che sta celebrando l’incidente probatorio a carico di Gaetano Scotto e Antonino Madonia.

I due boss di Cosa nostra sono indagati per aver assassinato l’agente di polizia Nino Agostino e la moglie Ida Castelluccio, a Villagrazia di Carini, il 5 agosto del 1989. Quel pomeriggio d’estate, però, sul luogo dell’omicidio c’era anche Aiello. “Gaetano Vegna – spiega Lo Forte – mi disse che Agostino era stato ucciso da Nino Madonia e da Gaetano Scotto”. Il primo avrebbe premuto il grilletto, il secondo invece guidava la motocicletta. “Lì c’era però anche Giovanni Aiello, li aiutò a farli scappare a bordo di un’altra auto, dopo aver distrutto la motocicletta”. Secondo il pentito, l’omicidio dell’agente di polizia, “venne eseguito per fare un favore ai suoi superiori”.

Lo Forte però non ha saputo indicare chi fossero questi superiori, spiegando poi di non avere raccontato prima questi importanti dettagli perché intimorito da Gaetano Scotto. “Sapevo che aveva rapporti con i servizi” ha spiegato Lo Forte, che non è il solo collaboratore di giustizia ad avere fatto il nome di Aiello. Nei mesi scorsi anche Giovanna e Vito Galatolo, figli del superboss dell’Acquasanta Enzo Galatolo, hanno messo a verbale di aver riconosciuto quell’uomo con la faccia butterata. “Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta quell’uomo veniva periodicamente a Fondo Pipitone, incontrava mio padre, partecipava alle riunioni con gli altri capi delle famiglie palermitane”, aveva detto Vito Galatolo nel dicembre 2014, spiegando di avere visto in vicolo Pipitone, il quartier generale del clan, anche l’avvocato Marco Clementi, fino a pochi giorni fa legale di Madonia, che ora ha rinunciato all’incarico.

Nell’indagine sull’omicidio Agostino, Faccia da mostro era stato evocato per la prima volta da Vincenzo Agostino, padre della vittima. Pochi giorni prima dell’omicidio del poliziotto, infatti, un uomo era andato a bussare alla sua porta. “Era un uomo con i capelli biondi, dal viso orribilmente butterato, disse di essere un collega di mio figlio”. Quella di Nino Agostino è fino ad oggi un’esecuzione mai chiarita, da collegarsi probabilmente alla scomparsa di Emanuele Piazza, altro poliziotto svanito nel nulla nel marzo del 1990. Secondo l’ipotesi dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, Agostino e Piazza erano presenti sul luogo del mancato attentato dell’Addura il 21 giugno del 1989. Un borsone con 58 candelotti di esplosivo piazzati proprio di fronte la villa presa in affitto da Giovanni Falcone. Che al funerale di Agostino si lasciò scappare: “Io a quel ragazzo gli devo la vita”.