hebron
Murales di Banksy sul Muro che separa Israele dalla West Bank

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All’inizio, confesso, ero un po’ nervosa. ‘Sei tu quella che scrive per gli israeliani?’ mi ha chiesto un ragazzo con kefiah e molotov mentre dall’esercito ci pioveva addosso di tutto. No, no, ho risposto subito. Era qui, ma è appena andata via. Io scrivo per un giornale italiano. Il tipo mi guarda, deluso. Italiano? Ma io devo parlare con gli israeliani, mi fa. Non con gli italiani.

Mi fa: devo convincere loro, mica te. Sono a Hebron, l’unica città in cui gli israeliani, i coloni israeliani, non abitano in aree a sé, aree separate e blindate, ma in mezzo ai palestinesi: e in nessuna città israeliani e palestinesi sono così distanti come qui che vivono gomito a gomito. In questi giorni sembra di stare in guerra. Ogni famiglia ha una ricetrasmittente che ogni venti, trenta minuti gracchia notizie di accoltellamenti, sparatorie, scontri, incidenti di ogni tipo. Nessuno si chiede chi sia il morto: tutti si chiedono quale sarà la reazione – dove sarà il morto successivo.

La metà degli accoltellatori di questa specie di terza Intifada era di qui. E io sono qui, tra i palestinesi, per Yedioth Ahronoth. Il primo quotidiano israeliano. Perché il conflitto tra israeliani e palestinesi è probabilmente il più raccontato al mondo. Nessun Paese ha più giornalisti per metro quadro di questo. Eppure, a settant’anni dalla fondazione di Israele, gli israeliani ancora non hanno che una vaga idea di chi siano i palestinesi. Quando dici che sei stato nella West Bank, o addirittura a Gaza, che per loro è un po’ come essere stati nella grotta di Bin Laden, ti domandano cose strane. Se ci sono dei caffè, qui, dei ristoranti, se ci sono le lavatrici. Le biciclette. Se le strade sono asfaltate. Giuro. Israeliani anche colti, a volte, professori universitari. Ti chiedono se usi il velo. Pensano sia l’Iran. Non ti chiedono di politica, di Hamas e Fatah. Ti chiedono della vita quotidiana.
Se ci sono i semafori. E gli uomini ti parlano? Anche se sei una ragazza?Davvero? Non si cena sui tappeti?

La cosa più surreale, e più amara, è che tutto questo non è l’effetto della guerra, ma della pace. Di Oslo. Perché prima degli accordi di Oslo, israeliani e palestinesi si conoscevano perfettamente. Molti palestinesi lavoravano in Israele, e molti israeliani venivano spesso a fare spese qui, dove i prezzi sono più bassi. Adesso che c’è la pace, invece, tra israeliani e palestinesi c’è un Muro. E quindi, quando Yedioth Ahronoth mi ha chiamato, ho detto sì. Perché è il primo quotidiano israeliano, e non ha mai avuto un suo corrispondente tra i palestinesi – e a volte, il giornalismo è più che giornalismo.

Solo che adesso è un insulto continuo. No, non da parte di israeliani e palestinesi – loro sono dieci giorni che mi telefonano, mi scrivono, mi fermano per strada, a decine: tutti che vogliono essere intervistati, tutti che hanno un messaggio, una dichiarazione, una storia da fare arrivare di là dal Muro. No. Il problema non sono israeliani e palestinesi: sono gli internazionali. Gli attivisti – e gli altri giornalisti. Ti sei venduta, dicono. Ti sei venduta a dei criminali. Neppure ti chiedono perché hai accettato, le tue motivazioni, ti chiedono solo: quanto ti pagano? Perché mentre israeliani e palestinesi si accoltellano, qui, il mondo, dagli spalti, fa il tifo. E chi sta fuori, ovviamente, chi non è mai stato qui, o al più, è stato qui una settimana, un mese, chi poi torna tranquillo a casa sua, e non vive le conseguenze di quello che dice, se non in un dibattito a Oxford, una rissa su facebook, può dire qualsiasi cosa. Tanto tra pochi giorni riparte. Tanto poi non deve stare qui, ad avere paura a ogni checkpoint. A controllarsi le spalle a ogni passo.

Il ruolo degli internazionali, in ogni conflitto, è fondamentale. Ma non è parteggiare. Al contrario: è fare quello che le parti, per definizione, da sole non sono capaci di fare – guardarsi dal punto di vista dell’altra parte. Stare alla giusta distanza. E quindi battersi per la giustizia, la libertà, i diritti umani, certo: ma al fondo, non dimenticarsi che stiamo qui perché le guerre finiscano. Non perché continuino.

Ma è inutile. Ti sei venduta, dicono. Sono degli assassini. E tu sei loro complice. Anche se israeliani e palestinesi, in realtà, non parlano con me, quando mi parlano: parlano tra di loro. E se per loro non è un problema, perché deve essere un problema per tutti gli altri?