Che si tratti di ex sindaci, Ignazio Marino, o ex premier, Enrico Letta, gli “addio scenografici” non gli piacciono, tantomeno “chi inventa congiure di palazzo” perché sono il segno tangibile di quanto “sia falsa la politica”. Parola di Matteo Renzi che, nella conversazione con Bruno Vespa per il prossimo libro del giornalista Donne d’Italia, torna sulla battaglia ingaggiata e vinta con il sindaco di Roma, caduto dopo le dimissioni di 26 consiglieri comunali, 19 dei quali del Partito Democratico.

“Quando vedo certi addii scenografici mi rendo conto di quanto possa essere falsa la politica – ha detto l’uomo che ha coniato l’hashtag più celebre della storia della politica italiana, #enricostaisereno, in occasione della pubblicazione della tradizionale strenna natalizia dello storico padrone di casa di Porta a Porta – chi fallisce la prova dell’amministrazione si rifugia nella cerimonia di addio, vibrante denuncia di un presunto complotto, con tono finto nobile e vero patetico. Non mi riferisco solo a Marino, certo”. E a chi si riferisce il premier? “Forse anche a Enrico Letta”, azzarda Vespa.

Quell’Enrico Letta, defenestrato dallo stesso Renzi, allora fresco segretario del Pd, nel febbraio 2014. Poche settimane prima il futuro premier rivelava al generale Michele Adinolfi la strategia per portare a termine la staffetta a Palazzo Chigi. Lo faceva in una telefonata intercettata il 10 gennaio con il comandante interregionale della Guardia di Finanza: “Lui (Letta, ndr) non è capace, non è cattivo, non è proprio capace. E quindi… però l’alternativa è governarlo da fuori…”, spiega Renzi ad Adinolfi. Pochi giorni dopo, il 22 febbraio a palazzo Chigi, Enrico Letta cedeva la campanella e la presidenza del Consiglio dei ministri a Matteo Renzi.

D’altronde in materia l’ex sindaco di Firenze ha le idee chiare: “I politici si dividono in capaci e incapaci – ha spiegato Renzi a Vespa – non c’è disonestà intellettuale più grande di chi inventa congiure di palazzo per nascondere i propri fallimenti”. Non solo: “Quando uno se ne va, dovrebbe spiegare cosa ha fatto, quali risultati ha ottenuto, perché ha perso la maggioranza. Se la maggioranza dei tuoi consiglieri ti manda a casa, non si chiama congiura: è la democrazia, bellezza”. Poco o nulla conta, a questo punto, la difesa di Marino, che aveva cercato di intervenire in Assemblea Capitolina per dire la propria e discutere del cosiddetto “caso scontrini“, discussione che le dimissioni dei 19 consiglieri dem, chieste da Matteo Orfini con piene deleghe di Renzi, hanno di fatto impedito.

L’attacco del presidente del Consiglio all’ex primo cittadino di Roma si completa poi sulla enews: “Si è conclusa la telenovela dell’amministrazione comunale di Roma – scrive Renzi – dopo balletti, dimissioni e controdimissioni, abbiamo registrato un fatto singolare: ben ventisei consiglieri comunali hanno scelto di rinunciare alla poltrona, dimettendosi contestualmente e dunque sciogliendo la consiliatura. In un Paese in cui i politici non si dimettono mai o quasi, vorrei evidenziare la serietà di questi rappresentanti del popolo che hanno scelto di fare chiarezza, lasciando la poltrona vista la crisi”.