Ignazio Marino ci ha ripensato. Ha ritirato le dimissioni e resiste. Il Partito democratico è sull’orlo della crisi di nervi. Vuole chiudere l’esperienza del sindaco Marziano e il presidente Matteo Orfini ha convocato i consiglieri comunali dem negli uffici della direzione. Sta cercando di convicerli a dimettersi in massa per far decadere il primo cittadino. Ma non tutti sono d’accordo. Qualcuno resiste. Con la città in fibrillazione e le telecamere dei giornalisti ammassate all’ingresso. Che cosa è successo esattamente in quelle ore? Come si è arrivati alla decisione finale di mettere le firme nell’atto notarile che ha mandato a casa Marino? Ilfattoquotidiano.it è in grado di offrire la cronaca in diretta di quei momenti drammatici grazie a uno dei consiglieri comunali romani. Ecco il suo diario.

Giovedì, ore 13. Tutti a Sant’Andrea delle Fratte, sede della direzione del Partito democratico, convocati dal Commissario del Pd Roma, Matteo Orfini. Tutti puntuali. Fotografati sull’uscio e attesi a fine riunione da un pletora di giornalisti, per la prima volta interessati ai nostri volti e alle nostre opinioni. Entriamo in silenzio. Non rilasciamo interviste. Non siamo abituati. Anzi, qualcuno sì, ma la maggioranza continua a pensare che settori della stampa ci hanno massacrato sin dal nostro primo giorno di insediamento. Anche un pranzo in campagna a casa del consigliere Marco Palumbo è stato fatto passare per una riunione complottarda tra pochi eletti del gruppo. A che serve parlarci ora? Grande sgomento e delusione da parte dei più giovani: Marino è ancora dimissionario. Ritirerà le dimissioni? Preferirà non farlo? Nessuno è in grado di capire. Ognuno dice la sua, qualcuno con più convinzione. Ci si confronta animatamente sul terrazzo al terzo piano: qualcuno fuma l’ennesima sigaretta, qualcuno parla già del dopo sentendosi comunque tradito da dimissioni ancora considerate inspiegabili. “Perché si è dimesso?”. Diciannove consiglieri: età diverse, professioni diverse, percorsi diversi. Uomini e donne che comunque in questa avventura del dopo Alemanno hanno messo testa, cuore e competenze. Tanti gli illusi, soprattutto i più giovani. Ancora animati da quella voglia di cambiare il mondo: una profonda tenerezza, una profonda ingenuità. Si attende Matteo Orfini per capire l’esito della cena la sera prima a casa di Marco Causi. Siamo stati convocati per questo. Cosa si saranno detti? Cosa avrà deciso Ignazio Marino? Lo avranno convinto alla resa delle armi o avranno inasprito il conflitto? Oppure si è trovato un accordo e si torna su nuovi presupposti a governare? Sarà rimasto dell’idea di dimettersi o avrà in mente qualcosa? Ore di domande. Di dubbi. Di fastidio, se vogliamo.

Matteo Orfini arriva in ritardo. Qualcuno si è portato un panino, qualcun altro uno yogurt e qualcun altro sgranocchia gallette di mais per snervarsi da ore di incertezza insopportabile. Sono quasi venti giorni che si vive sul filo del “non sappiamo” e la città continua ad avere i suoi problemi. Quelli di sempre, inaspriti da cinque anni di amministrazione Alemanno. Quelli per cui si era chiesta la fiducia agli elettori e per cui si lavorava a fatica: poco ascolto, poco dialogo con la Giunta, poca condivisione. Tutti i consiglieri sono stati per 28 mesi sui territori a prendere insulti da cittadini insoddisfatti. Tutti ad attendere una “fase 2” mai partita. Tutti ancora frastornati da Mafia capitale e da due ondate di arresti che hanno messo a nudo anche i limiti del Pd di Roma. I consiglieri più anziani abbracciano i più giovani: pagheranno il prezzo più alto in un età che non era giusto e loro lo sanno bene.

Inizia la riunione. Matteo Orfini ci racconta di una cena “non cena”. In realtà non si è mangiato niente. Si è piuttosto cercato un dialogo dopo giorni di silenzio tra il Pd Roma e il Sindaco. Tra il suo partito e il primo cittadino. Orfini ci comunica che si è tornati a casa con gli stessi dubbi di prima: nessuno era in grado di dire cosa avrebbe deciso Ignazio Marino e noi eravamo stati convocati per capire come ci saremmo confrontati con lui nelle diverse ipotesi possibili: conferma delle dimissioni o ritiro delle stesse. Qualche sognatore, giovane e alla prima esperienza, ha anche chiesto ingenuamente se non esistevano proprio più le condizioni per andare avanti. Se veramente era finita. Di nuovo ho pensato “che tenerezza, che ingenuità”. Quanta responsabilità da parte di noi più diciamo più atrezzati per l’impegno che abbiamo visto profuso in Aula da questa nuova classe dirigente mentre magari eravamo noi a distrarli parlando della Roma o della Lazio.

Alle 16, la presidente dell’Aula Valeria Baglio viene raggiunta da una telefonata. E’ il Sindaco. Vuole vedere i consiglieri del suo Partito l’indomani, di pomeriggio. Tra i consiglieri tutti respiriamo ottimismo. Da subito. Si dice sì all’incontro. “Si può ripartire forse”, è il pensiero della più ingenua di tutte. Di quella che non voleva neanche le dimissioni di Marino e che credeva veramente possibile un altro mondo. Più lucido il ragionamento degli altri: rimaniamo a Sant’Andrea delle Fratte e riuniamoci per capire come affrontiamo insieme al Sindaco questa fase, cerchiamo di capire cosa vuole fare e usciamo da questo impasse insieme. “Andiamo in Aula”, è il ragionamento della maggioranza: ognuno di noi ha qualcosa da dire al Sindaco e alla città. I più anziani hanno poca voglia: è finita, pensano. E sanno che forse è vero dal giorno in cui il Sindaco ha scelto di dare le dimissioni. L’esperienza insegna che le dimissioni non si danno. E se si danno, non si ritirano. La politica non è un gioco sulle spalle dei cittadini e l’Aula sarebbe stato l’ennesimo fianco prestato alle opposizioni.

Si resta ancora un’ora a discutere sul da farsi. Sono le 17. Cala la sera: l’ora legale imbrunisce prima l’orizzonte. La calma e la sera aiutano tutti a ragionare. A proporre. A farsi carico di una situazione decisamente nuova: le dimissioni di un sindaco e i venti giorni che scadono lunedì. Peraltro 2 novembre. Giorno dei morti.

La discussione si anima. Si decide di andare in Aula. Si decide di ascoltare il Sindaco e fare poi in secondo momento nuove valutazioni. Ottimismo e freddezza. Siamo d’accordo.

Come un fulmine a ciel sereno, arriva però un comunicato stampa: il Sindaco ha ritirato le dimissioni. Il gruppo consiliare del Pd ha un’esplosione di rabbia. “Ci prende in giro”, “perché lo ha fatto?”,”e l’incontro di domani?”, “come andiamo adesso in Aula?”, “io non voto la sfiducia con Alemanno e con la destra che ha distrutto Roma”, “è una farsa”, “i cittadini non meritano questo”: le frasi più ricorrenti.

Si torna a discutere. Si chiede la presenza di Matteo Orfini. Il dibattito va avanti fino alle 23: la decisione, pur con sensibilità e opinioni diverse, è a maggioranza. Non si va in Aula e ci si dimette. Adesso. Stasera. Con quell’opposizione che non ha nulla a che fare con Alemanno e la destra che ha distrutto la città. Alla parola dimissioni, i più giovani esplodono tra urla e pianti. La minoranza tenta l’ultimo colpo di coda: “In Italia non si dimette nessuno, perché noi?”. Perché l’alternativa è la sfiducia in Aula con Alemanno. Perché siete classe dirigente, mi verrebbe da dirgli. Perché l’alternativa è uscire dal Pd, penso ancora. E perché il commissario Orfini sta dicendo: “O si accetta la linea del partito o si sta fuori. Si stanno dimettendo anche gli assessori”. Il Sindaco non ha saputo interpretare la voglia di cambiamento del dopo Alemanno, non ha fermato gli appalti diretti, ha tradito il programma sui temi cari alla Sinistra: il sociale e la cultura. E ancora, volevo dirgli, il Pd lo ha aiutato chiedendovi lealtà al Partito e chiedendovi di tacere sui tagli, gestendo al vostro posto l’ira per Mafia Capitale, valutando ogni mossa da fare al vostro posto. La delicatezza del momento storico che vi è toccato vivere, cari giovani consiglieri, non si augura a nessuno: siete stati sfortunati. E dovete anche essere coraggiosi: firmare le dimissioni dopo aver donato gli anni migliori della vostra vita al Partito e al territorio.

Marchini è fuori Roma. Non si riesce a farlo arrivare per presentare le 25 firme contestuali che servono per far cadere Marino. Matteo Orfini rassicura sul consigliere di centro Democratico e sulla consigliera della Lista Civica. Arriviamo a 21. Gli altri 4 sono i due della lista Marchini e i due di Fitto. “Non voteremo nulla con Alemanno e le sue destre”, chiarisce. L’appuntamento è a domani mattina alle 11 a via del Tritone, presso la sede dei gruppi consiliari. Usciamo quasi tutti dalla porta laterale: affrontare i giornalisti tra le lacrime anche, no. Cos’altro dobbiamo chiedere ai nostri consiglieri?

Venerdi, ore 11. Non avrei mai voluto vederli così. A via del Tritone si arriva con le prime pagine dei giornali che confermano l’avviso di garanzia al sindaco.Un’altra bugia, l’ennesima: è indagato da mercoledi, lui lo sapeva ma non ce lo ha detto. I meno convinti non hanno mai accennato a quel sorriso che invece in Aula ha sempre dato tanta forza a tutti noi. I più convinti, per decoro e rispetto, hanno evitato starnazzi e grida di giubilo. Arriva il notaio Togna. Sono le ore 13. Deve formulare il testo e raccogliere i documenti di identità. Prende tutto con il suo assistente. Torna a studio e ci da appuntamento in Campidoglio per le 17. Rimaniamo così. In attesa. Alla spicciolata si va in Campidoglio. Orgoglio e tristezza. Amarezza e rassegnazione. Ci si sdraia sul divano nell’ufficio della Presidente dell’Aula. Qualcuno piange. Qualcuno no. Qualcuno spera che al notaio prenda un colpo. Qualcuno insiste che non si fa così e che è stato gestito tutto male. Qualcuno già saluta e ringrazia Alfio Marchini. “Quanto siamo diversi”, penso.

Eccolo invece il notaio. Ha gli atti pronti. Ci chiama in ordine alfabetico. Firmiamo tutti. Per senso di responsabilità verso un Partito che ci ha permesso la nostra candidatura, per senso di responsabilità verso una città che chiedeva risposte ed è stata insultata e derisa, per quel Giubileo che speriamo restituisca misericordia a tutti noi. Ignazio incluso. Così chiuso nel suo cerchio magico, così ostinatamente chiuso verso il suo gruppo di consiglieri, così sfacciatamente contro il suo governo e il suo Partito.

L’uomo solo al comando è stato lui e ci auguriamo che né Orfini né Renzi seguano questo esempio. La vicenda è iniziata male, è stata gestita peggio, è finita facendo pagare ai più giovani il prezzo più alto! Ecco, questo non me lo perdonerò mai!