A ogni nuovo dato sul mercato del lavoro italiano si riaccende la polemica, un po’ stucchevole, sui “lavori che gli italiani non vogliono più fare“. E che invece gli immigrati accettano ben volentieri. Nonostante una disoccupazione al 12,3%, che sale fino al 44% per le fasce più giovani (15-24 anni), le indagini che periodicamente scandagliano il mondo professionale continuano a raccontare di posti che rimangono scoperti. Di aziende che cercano e non trovano. Lavori che ci sono ma che nessuno in Italia vuole più fare. Con la diretta conseguenza che nella Penisola tendono ad arrivare e a rimanere i migranti meno istruiti, mentre quelli con una laurea in ingegneria o in medicina preferiscono la Germania, la Gran Bretagna o il Nord Europa.

La realtà, come al solito, è un po’ più complicata. Per esempio, stando ai dati ufficiali sui lavoratori in regola, ancora oggi minatori, braccianti agricoli e muratori restano soprattutto italiani. L’Istat rileva come al momento i settori che presentano la quota più alta di posti vuoti sul totale si trovino nell’industria dello spettacolo e intrattenimento (2,5%), nell’educazione (1,1%), nel settore information & communication (1,1%) e tra i professionisti tecnico-scientifici (1%). A rimanere maggiormente scoperte non sembrano essere quindi mansioni considerate di basso livello. Nel settore scavi e miniere i posti liberi sono anzi appena lo 0,2% del totale mentre nelle costruzioni si arriva allo 0,8%.

Rilevazioni puntuali sui posti vacanti vengono condotte dal sistema Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro che riguarda però solamente il settore privato. Molti dei lavori che sono ritenuti, a torto o a ragione, sgraditi agli italiani sono invece riconducibili a strutture pubbliche. Basti pensare agli operatori ecologici o al personale sanitario di più basso livello. Altri impieghi si celano nel “nero” come per l’agricoltura o le costruzioni e sono difficilmente penetrabili dalle indagini statistiche. Secondo Excelsior i lavori in cui le aziende fanno più fatica a trovare candidati ci sono l’installatore di infissi, l’aiuto cuoco, l’operatore sanitario (un gradino sotto all’infermiere nella “gerarchia ospedaliera”) e gli operai dell’industria tessile o calzaturiera.

“In realtà le persone che sarebbero disponibili a ricoprire questi o altri posti quasi sempre ci sono”, spiega Emmanuele Massagli, presidente di Adapt, associazione di studi e ricerca sul mercato del lavoro. “Il vero problema è che non si riesce a fare incontrare domanda e offerta. Chi è interessato molte volte davvero non sa dove e come cercare e le strutture pubbliche che dovrebbero agevolare questo processo sono assolutamente carenti”. A pagare questa situazione sono soprattutto le figure professionali più deboli. “Le agenzie di collocamento”, ricorda Massagli, “guadagnano prelevando una percentuale dello stipendio del lavoratore che riescono a fare assumere. Sulle categorie a bassa professionalità hanno quindi poco interesse a impegnarsi visto il modesto livello delle retribuzioni. Per queste fasce servirebbe una forte politica pubblica per la gestione dei collocamenti che però non si vede”.

Soprattutto negli anni prima della crisi alcune mansioni come la colf o la badante sono state effettivamente etnicizzate. Abbandonate dagli italiani e quasi interamente affidate a lavoratori stranieri. “Questo peraltro è comprensibile – spiega Massagli – e accade in tutti i Paesi sviluppati. Si aggiunga che in Italia il sistema formativo tende a inculcare il concetto che i lavori manuali siano in qualche modo sminuenti e a nobilitare invece professioni di tipo intellettuale”. Negli anni della crisi il vento però è cambiato. Secondo i dati dell’Inps nel 2014 i lavoratori domestici sono diminuiti di quasi il 6% a 898mila unità mentre il numero delle sole badanti è rimasto sostanzialmente stabile a quota 365mila persone. Il dato più interessante è però quello che fotografa un aumento del 14% delle badanti di nazionalità italiana, risalite da 56mila a quasi 64mila. Più modesta ma comunque significativa è la crescita delle colf italiane passate da poco più di 141mila a quasi 142mila. Questo nonostante sia spesso difficile per un italiano incontrare offerte per questo tipo di mansioni poiché appunto “date in gestione” a comunità straniere che si muovono attraverso canali di reclutamento propri, sul passaparola o facendo perno sui Caf.

I dati Inps sfatano anche il mito che a lavorare nei campi siano ormai soprattutto stranieri. I braccianti censiti nel 2014 sono stati in tutto 909.528. Ben il 64,8% (589mila) erano italiani e soltanto il 35% stranieri. Rumeni in primo luogo (115mila), poi marocchini (25.700), indiani (24.500) e albanesi (23.900) e persino alcune migliaia tra tedeschi, francesi e svizzeri. O ancora: nel settore minerario, più piccolo quanto a numeri, secondo i dati Unioncamere le assunzioni si orientano quasi esclusivamente verso personale italiano.

Italiani e stranieri svolgono lavori diversi, spiegano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, ma questo non significa che un disoccupato italiano non sarebbe disposto a ricoprire mansioni abitualmente riservate agli stranieri. Il problema è che spesso per gli italiani è molto difficile inserirsi nei circuiti attraverso cui si accede a queste professioni. Dai dati della Fondazione si vede come le prime 10 professioni svolte da stranieri siano quasi tutte a bassa qualifica. Dai lavori domestici alla consegna merci, passando per i servizi alla persona, camerieri e muratori. Viceversa per gli italiani le 10 professioni più gettonate sono di livello più alto (ai primi posti ci sono gli impiegati addetti a segreteria e affari generali, gli addetti alle vendite, tecnici organizzativi e tecnici della salute).

La crisi ha però in parte cambiato le cose e rimescolato le carte, confermano dalla Fondazione Moressa, ma ci vuole però tempo perché si modifichino tendenze che erano consolidate da anni. E’ vero che per le mansioni più basse esiste una concorrenza tra italiani e stranieri ma non sempre a vantaggio dei secondi. Gli stranieri sono spesso obbligati a lavorare per mantenere il permesso di soggiorno e perché non possono contare su nessuna rete di protezione da parte del welfare. Così accettano lavori di ogni tipo. Rileva ancora Massagli: “I lavoratori stranieri sono più disponibili a compromessi sul fronte delle retribuzioni e delle regolarizzazioni contrattuali e chi offre il lavoro si sente meno a rischio di contenziosi per far valere i propri diritti quando il dipendente non è italiano”.

Considerazioni che valgono ad esempio nel caso per le colf, ma che trovano forse il caso più emblematico nell’edilizia. Un recente rapporto di Fillea Cgil e Fondazione Di Vittorio mostra come su circa 1,5 milioni di lavoratori delle costruzioni il 17% (ossia 250mila persone) siano stranieri. A questi si aggiungono 300mila occupati in nero che il rapporto definisce “fantasmi”, trasparenti ad ogni statistica e privi di qualsiasi tutela. Il comparto del cemento è strutturato in maniera fortemente duale tra italiani e stranieri. Gli immigrati di frequente inquadrati come operai comuni (55% dei casi contro il 28% degli italiani) sono infatti spesso vittime di segregazioni occupazionali, discriminazioni e ricatti.