Cresce di ora in ora la tensione in Cisgiordania. Dopo l’attacco sferrato il 3 ottobre da un uomo armato di coltello a una famiglia di ebrei ortodossi a Gerusalemme, un ragazzo palestinese di 18 anni, Hudhayfah Ali Suleiman, è stato ucciso nella notte tra domenica e lunedì in scontri con l’esercito israeliano nei pressi della città di Tulkarem, nel nord dei Territori. Lo riportano i media palestinesi aggiungendo che altri quattro palestinesi sono rimasti feriti dal fuoco dell’esercito. Un altro ragazzino di 12 anni è stato ucciso a Betlemme, in scontri con l’Israel Defense Force nei pressi del campo profughi di Aida. Lo riporta l’agenzia Maan, secondo cui anche un altro ragazzo sarebbe stato ferito alle gambe.

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha annunciato che il governo palestinese intende portare nei tribunali internazionali il caso della morte del 12enne, Abdul Rahman Shadi Obeidallah. Secondo l’Anp il ragazzino di 12 anni sarebbe stato ucciso “da un cecchino con un fucile Ruger“, in dotazione all’esercito israeliano.

“Sono eventi singoli ma non sporadici, hanno come epicentro Gerusalemme ma si stanno estendendo al resto della Cisgiordania. È l’inizio di una rivolta violenta“, ha spiegato Shaul Mishal, direttore del programma sul Medio Oriente al centro di studi Idc Herzlya, in un’intervista a La Stampa – la terza Intifada è iniziata, ruota attorno a Gerusalemme e ha una dimensione regionale”. Questa Intifada, spiega Mishal, si distingue perché “ha un valore regionale, religioso, che va oltre il conflitto fra israeliani e palestinesi. Le due Intifade precedenti erano un fatto bilaterale, adesso invece l’epicentro a Gerusalemme coinvolge il mondo musulmano, i nostri vicini come Egitto e Giordania, e l’Arabia Saudita“.

Per Israele ciò comporta che “la reazione è assai più difficile del passato. Le precedenti Intifade vennero affrontate con rimedi di sicurezza, misure tese a punire gli autori delle violenze ed esercitare deterrenza per impedirne il ripetersi”, dice Mishal. “Ora Israele invece è obbligata a contenere la reazione di sicurezza a Gerusalemme, dove ogni singolo gesto può innescare reazioni negative di Egitto e Giordania – con cui abbiamo dei trattati di pace – e del mondo arabo-sunnita”. Per l’esperto il premier Benjamin Netanyahu “deve anzitutto incontrare il presidente palestinese Abu Mazen”, ma “nel medio-lungo termine è chiamato a dare una risposta regionale a questa terza Intifada, coinvolgendo Giordania, Arabia Saudita e forse anche Egitto”.

Intanto il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) ha avuto la scorsa notte un colloquio telefonico con il segretario generale del’Onu Ban Ki-moon al quale ha chiesto “la protezione internazionale” per il suo popolo nella crescente tensione con Israele, come aveva già fatto il 30 settembre nell’ultima assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo riporta l’agenzia Wafa secondo la quale Ban ha promesso di parlare con il premier Benyamin Netanyahu con l’obiettivo di allentare la situazione.

In mattinata le forze israeliane hanno bombardato un obiettivo militare nella Striscia di Gaza dopo il lancio di un razzo sul suo territorio, che non ha causato vittime o danni. Lo hanno riferito fonti militari di Israele in un comunicato. “Ieri, un razzo è stato lanciato dalla Striscia di Gaza ed è atterrato nel sud di Israele, in una zona nella regione di Eshkol. Non sono stati segnalati feriti. In risposta all’attacco, un aereo militare israeliano ha colpito un sito di Hamas nel nord della Striscia di Gaza”, si legge nella nota. “Le Forze di Difesa Israeliane non tollereranno nessun attacco missilistico, lanci o qualunque altra forma di aggressione volta a terrorizzare la popolazione civile – ha dichiarato il portavoce dell’esercito Peter Lerner – Continueremo a proteggere tutti i civili israeliani la cui vita è in pericolo”.

Il lancio di un razzo domenica sera ha segnato la sedicesima violazione dalla tregua di Gaza in vigore dall’agosto 2014 e arriva dopo tre giorni di grande tensione in Cisgiordania e Gerusalemme est dopo l’uccisione di quattro israeliani negli ultimi due attacchi palestinesi giovedì e sabato. Israele ha aumentato la sicurezza nelle zone in cui si sono verificati gli scontri in tutto il fine settimana, provocando centinaia di feriti palestinesi secondo quanto riferito da fonti mediche palestinesi. Le autorità israeliane hanno inoltre limitato l’accesso alla Città Vecchia agli abitanti di Gerusalemme, commercianti, studenti, insegnanti e cittadini israeliani, impedendo l’accesso ai palestinesi.