“Non riesco a smettere di pensarci. Né a trattenere il nervoso”. Sono passate due settimane dall’eliminazione dell’Italia dagli Europei di basket, eppure il ricordo di quegli ultimi dieci secondi del tempo regolamentare contro la Lituania è ancora vivo nella mente di Marco Belinelli. L’ultimo possesso nelle mani degli azzurri, la forzatura di Gentile e il tiro che nemmeno sfiora il ferro. Poi i supplementari e la storia che tutti conoscono. Brucia e brucerà ancora. “Il voto alla spedizione non può che essere positivo, giorno dopo giorno siamo diventati una vera squadra sul campo e fuori. Ma nello sport è vincere oppure perdere. Dopo la partita contro la Turchia abbiamo avuto una reazione feroce ed è cresciuta in noi la convinzione che potessimo arrivare in fondo. Credevamo seriamente alla vittoria finale e ora sarebbe ingiusto negare il rammarico”.

Un dispiacere che si è acuito nei giorni successivi all’eliminazione, mentre il torneo di Lille giungeva all’epilogo. “Ho guardato le due finali, sfide che mi hanno lasciato ancora più amaro in bocca – spiega la guardia azzurra – Onore alla Spagna, che noi avevamo battuto e che ha vinto, onore alla Lituania, che nei quarti è stata perfetta, ma sul podio potevamo esserci noi”. L’appuntamento in azzurro è per la prossima estate, con il Preolimpico conquistato sul parquet. “Il nostro obiettivo, come detto, era vincere l’Europeo e staccare un biglietto diretto per Rio de Janeiro. Non ci siamo riusciti e ora tocca rimboccarci le maniche, con tutte le incertezze di un torneo di cui non si conosce ancora sede né calendario. Saremo chiamati a affrontare un girone molto duro, di cui potrebbero fare parte squadroni come Francia e Grecia. Ma i cinque cerchi sono il sogno di tutti, ci proveremo fino alla fine”.

In questi giorni Marco Belinelli è a Sacramento, capitale della California e sua nuova casa. Le poche giornate trascorse in Italia sono state dedicate alla presentazione della sua prima avventura letteraria, un’autobiografia edita da Baldini&Castoldi. Si intitola Pokerface, perché dopo una tripla allo scadere oppure un errore da sotto la sua espressione non muta mai. “Scrivere di me è stato bello e impegnativo. Alessandro Mamoli, il giornalista di Sky con cui firmo il libro, ha avuto una grande pazienza: ci siamo sentiti quasi ogni giorno per un intero anno, perché c’erano tante cose da raccontare. Mi dicono che le vendite sono iniziate bene e ne sono felice perché in quelle pagine c’è la mia vita. La persona che sono”.

Pokerface ha il suo prologo a Sapporo nel 2006. Ai Mondiali in Giappone Marco mette 25 punti in faccia a Carmelo Anthony e agli altri fenomeni della nazionale americana, poche settimane dopo sarebbe diventato loro amico: ha siglato un contratto nella National Basketball Association. É il porto di approdo di una storia iniziata in provincia il 25 marzo del 1986 in “un paese di ventottomila anime, venti chilometri a nord di Bologna”: San Giovanni in Persiceto. “Sin da ragazzino ho respirato pallacanestro e ho vissuto per realizzare i miei sogni – racconta – Credevo da matti in quel che facevo allora e ci credo ancora di più oggi, che sento la responsabilità di essere un esempio per tanti ragazzini appassionati di questo sport. Non mi sento un giocatore arrivato”.

Scelto al draft del 2007, Belinelli ha dovuto conquistare ogni minuto di impiego sul parquet, ogni briciolo di fiducia di allenatori e tifosi. Non è stato semplice né lineare il suo percorso al di là dell’oceano: dopo Oakland sono arrivate le esperienze a Toronto e New Orleans, prima delle straordinarie stagioni con le maglie di Chicago e San Antonio. L’anno di grazia è il 2014, in cui vince la gara del tiro da 3 all’All-Star Weekend in Louisiana e il titolo Nba da protagonista con gli Spurs. Intervistato dallo stesso Mamoli al termine della serie contro gli Heat di Lebron James scoppia a piangere: “Nessuno ha mai creduto in me in questi anni e alla fine ho vinto”.

A lungo è stato solo il terzo degli italiani in America e ora, grazie anche a quegli attributi che una volta gli sono costati una maxi multa dalla Lega per via di un’esultanza un po’ sopra le righe, ha più che meritato lo status di campione“Ho sempre creduto nelle mie potenzialità e non ho mai mollato, nemmeno nelle stagioni più dure. Ringrazio i miei cari che mi sono stati vicini e i tifosi che hanno perso le nottate a cercare uno streaming per vedere le mie partite. Le motivazioni sono tutto nella vita”. Dopo due stagioni a competere ai livelli più alti in Texas, fra poche settimane Marco Belinelli inizierà una nuova esperienza: ha firmato un contratto triennale da 19,5 milioni di dollari con i Kings. Sacramento, capitale della California, è una città che vive di basket, il suo sindaco è l’ex play di Phoenix Kevin Johnson e negli scorsi anni le indiscrezioni di una possibile fuga della franchigia hanno portato a una piccola insurrezione. I bianco viola sono una squadra di culto per tanti appassionati, innamorati delle follie di Jason Williams, di Ron Artest e Demarcus Cousins. I risultati, però, negli ultimi anni sono latitati, i playoff mancano dal 2006. Dal mercato è arrivato il playmaker Rajon Rondo, un tempo uno dei migliori del pianeta, assieme a Belinelli. Per l’azzurro è tempo di alzare ancora l’asticella. “In estate la società si è mossa bene, l’ambiente è entusiasta. Confido nell’esperienza di un grande allenatore come George Karl, nella personalità del nuovo GM Vlade Divac e di Peja Stojakovic, mio ex compagno a New Orleans e ora membro dello staff dirigenziale. Ci sono tutte le carte in regola per fare bene. Sono motivato, non voglio porre limiti alla mia ambizione”.

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