“È indubbio che il placet” dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha avuto “efficacia determinante ai fini della pubblicazione della notizia” da parte del quotidiano il Giornale sulla tentata scalata alla Bnl. È quello che scrive la Cassazione motivando la sentenza con la quale il 31 marzo 2015 ha confermato la prescrizione per i fratelli Silvio e Paolo Berlusconi. Si tratta dell’intercettazione della telefonata tra l’ex segretario dei Ds, Piero Fassino, e l’allora amministratore delegato di Unipol, Giovanni Consorte nella quale l’attuale sindaco di Torino pronunciò la famosa frase: “Abbiamo una banca“.

I giudici di primo grado avevano condannato Berlusconi a un anno per concorso in rivelazione di segreto d’ufficio. Le parole di Fassino – scrivevano i giudici – erano rimaste impresse nella memoria collettiva “da rimanervi dopo anni” e capace di “dispiegare quegli effetti sull’opinione pubblica dei quali hanno riferito vari testi”. In secondo grado invece i giudici avevano dichiarato la prescrizione del reato e nelle motivazioni aveva messo nero su bianco su come da quella pubblicazione Berlusconi aveva tratto “vantaggio nella lotta politica”. Secondo i magistrati della corte d’appello la telefonata,  pubblicata il 31 gennaio 2005, permise alle elezioni 2006 al centrodestra di realizzare un’insperata rimonta fino alla sconfitta per soli 24mila voti del centrosinistra.

“Il tribunale di Milano prima e la Corte d’appello poi, con motivazione ineccepibile, hanno ritenuto accertato che Silvio Berlusconi nell’incontro di Arcore abbia ascoltato la registrazione audio e abbia, anche con il suo atteggiamento compiaciuto e riconoscente, dato il suo placet alla successiva pubblicazione del colloquio intercettato”, scrivono oggi gli ermellini. “Silvio Berlusconi – continua la suprema corte – chiamato a decidere sul punto dopo avere ascoltato la registrazione coperta da segreto, ha sostanzialmente dato il via, con il suol assenso e con il suo beneplacito, alla pubblicazione della notizia, rendendosi responsabile di concorso nel delitto di rivelazione di segreto di ufficio”.

Gli avvocati dei fratelli Berlusconi avevano chiesto il proscioglimento nel merito dalle accuse di concorso in rivelazione di segreto d’ufficio. Era stato confermato, invece,  il risarcimento di 80 mila euro in favore di Fassino, parte lesa nel processo per la pubblicazione illegittima della telefonata.